Abel Wakaam
La casa di Naamiin
1° La casa di Naamiin, il confine della luce.
Università di Remm

La luce entrava nell’aula, proiettando le ombre del telaio metallico degli infissi, sulla parete dietro la cattedra. L’insegnante, la Dottoressa Fyn Berger, si lasciava avvolgere da quel chiarore diffuso, ritta al centro della scena, quasi volesse rimarcare la sua posizione di primo piano.
Gli studenti seguivano in silenzio ogni sua parola, ogni sua affermazione e, in quell’atmosfera di grande interesse, ognuno sembrava attendere una sentenza dal valore estremo.
- Questo è il momento di dimostrare, che siete veramente pronti ad entrare nel folto gruppo della “Classe di Merito”; - disse lei, con voce solenne - altri prima di voi l’hanno fatto ed altri ancora lo faranno ma, siatene certi, questo non è il punto d'arrivo! Ora, uno ad uno, potete consegnare i vostri lavori e lasciare l’aula, tra cento giorni riceverete il verdetto e spero possiate coronare i vostri sogni. Sapete che non amo i falsi sentimentalismi, ma vorrei porvi i miei migliori auguri... buona fortuna!-.
I ragazzi si alzarono con un sospiro di sollievo, finalmente liberati dalla tensione, posarono a turno, la loro relazione sulla cattedra, sorridendo all’insegnante, prima di abbandonare lentamente l’aula.
- Aspetta!- esclamò Fyn, rivolgendosi a Corinne, una vispa ragazza dai capelli scuri - Con te vorrei ancora fare due chiacchiere.-.
- Non mi dica così Dottoressa Berger... - rispose lei - sa che non reggo le forti emozioni!-.
- Prendi il tuo lavoro e vieni nel mio ufficio, ho qualcosa da chiederti.-.
Corinne obbedì e camminò dietro alla donna con timore, quasi sapesse cosa la stava aspettando.
Raggiunta la stanza, l’insegnante le sorrise e, prima che la ragazza potesse chiedere il motivo di quel colloquio, iniziò le sue raccomandazioni: - Sei sicura di quello che hai preparato? Sai che non ci sarà un’altra occasione... non puoi permetterti di sbagliare.-.
- Non posso nemmeno compiere una ricerca e poi gettarla nel cestino, perché alcuni scienziati non condividono la possibilità di cercare un’alternativa alla loro conoscenza!- rispose Corinne.
- Allora è proprio come temevo, hai voluto portare a tutti i costi la tua teoria sino agli esami... non capisci che, così facendo, hai gettato dieci anni della tua vita in quello stesso cestino. -.
- La mia non è una teoria; quando leggerà le prove che ho raccolto, avrà lei stessa dei dubbi... Dottoressa Berger, ci hanno sempre mentito... gliel'assicuro!-.
- Non è questo il luogo per certi discorsi, - continuò Fyn - se verrai a casa mia, una di queste sere, approfondiremo il discorso.-.
- Partirò oggi stesso per Thrus, - rispose la ragazza - perché non viene lei a trovarmi; mio padre sarà felice di conoscerla ed io potrò mostrarle le prove che avvalorano la mia teoria. -.
- Non è detto che non si possa fare, lasciami il tuo indirizzo allegato alla ricerca ma, se hai scritto quello che penso, non potrò fare molto per te!-.
- Non importa, io so di aver dato il massimo e non intendo rinnegare le mie idee. -.
- Apprezzo il tuo coraggio, ma non illuderti, gli scienziati non saranno teneri come me!-.
- Mi mancherà, - sussurrò Corinne - lei sa quanto le sono affezionata.-.
- Mi mancherai anche tu, - rispose Fyn, commossa - ma non certo quella tua testa dura, avrei preferito che mi avessi dato retta.-.
Si salutarono con un abbraccio, ma entrambe non potevano immaginare quanto vicino sarebbero arrivate alla realtà, certamente abbastanza da sconvolgere quel mondo così perfetto, tutt’altro che quieto.
Fyn alzò lo sguardo verso il cielo, quasi volesse assicurarsi che le tre stelle artificiali brillassero come sempre, illuminando di luce bianca quella porzione di pianeta, unica piattaforma continentale su un immenso oceano di ghiaccio.
Antar era un’enorme isola di tredici milioni di chilometri quadrati, circondata da un mare cristallino e pescosissimo, che la separava da una corolla di barriere ghiacciate, ultima frontiera prima del grande buio. La luce, insostituibile fonte di vita, era assicurata da tre proiettori a scissione che, opportunamente riflessi, riportavano al suolo un chiarore diffuso, interminabile giorno nell’oscurità dell’Universo.
Il tempo scorreva al ritmo della tecnologia, controllato da migliaia di cronometri digitali, che ne scandivano i ritmi, necessari alla sopravvivenza degli equilibri naturali. La notte era solo l’incubo oltre la grande barriera, dove la curvatura del pianeta impediva alla luce di proseguire la sua eterna battaglia con le tenebre, dove nessun uomo non era mai stato e nemmeno non aveva mai creduto di poterci arrivare. Antar era l’unica oasi del pianeta deserto, splendido Paradiso in quell’Inferno gelato, dove cinque milioni di persone avevano trovato rifugio, fuggiti da un punto lontano dell’Universo, dove la parola Terra era ormai sinonimo di preistoria.
Erano passati quasi trecento anni e, quel lontano giorno dell’arrivo, era ormai solo un lontano ricordo, ultimo bagliore di dolore, di un popolo che voleva continuare a vivere.
La tecnologia aveva permesso la realizzazione di quella spettacolare opera di colonizzazione, nulla era stato lasciato al caso e, riconoscendo gli errori già compiuti, erano riusciti ad intraprendere una seconda opportunità di sopravvivenza.
Ora si sentivano maturi per guardarsi indietro, per cercare con distacco le proprie radici ma, sebbene ci provassero, trovavano ostacoli insormontabili nelle generazioni precedenti; nessuno sembrava conoscere i primi capitoli della loro così breve storia.
La Dottoressa Fyn Berger era una donna molto decisa, conscia della propria intelligenza che, unita ad una forte personalità, l’avevano portata a precorrere i tempi, permettendole a soli trent’anni, di raggiungere i livelli più alti della “Classe di merito”.
Non erano molte le opportunità offerte da Antar ma, appartenere al ceto più elevato della nazione, le permetteva di vivere una vita agiata, divisa tra il suo lavoro d’insegnante all’Università e lunghe pause di riflessione nella stagione calda, ormai alle porte.
Tornando a casa, pensava a come avrebbe trascorso quei lunghi mesi d'inattività e, sebbene avesse atteso con ansia quel momento, non riusciva a gustarlo sino in fondo.
Varcò la soglia della sua elegante villetta, adagiata sulle ultime pendici della catena montuosa, che sovrastava la baia di Remm, e subito si sentì chiamare da Bruce. - Credevo ti fossi persa, - disse - lo sai che siamo invitati da Larry, non vorrei essere l’ultimo ad arrivare... proprio come al solito!-.
- Veramente l’invitato sei tu, - affermò Fyn nervosamente - lo sai che io non gradisco quel tipo di persone.-.
- Non essere assurda, ci ha invitati entrambi, non puoi lasciarmi andare da solo.-.
- Non ne ho voglia; ti prego, risparmiami questa situazione imbarazzante!-.
- Quando lo frequentavi prima di sposarmi, - continuò lui - non era così imbarazzante.-.
- Sono passati dieci anni da allora... cosa ti fa credere che io abbia ancora voglia di rivederlo.-.
- Non vorrei che questo tuo rifiuto nascondesse un’altra verità!-.
- Non torniamo su quest’argomento, ti assicuro che non ho nessun'intenzione di rivederlo... Larry è amico tuo? Allora vacci da solo, io non verrò!-.
- Questo significa rovinarmi la serata, non posso presentarmi senza di te.-.
- E perché mai? In mia assenza potrai dedicarti alla sua cara mogliettina tutto pepe, non è per quello che ti trovi così bene con loro?-.
- Astrid non si crea certo i tuoi problemi, è una donna che sa stare in compagnia... sa divertirsi, non come...-.
- Non come me? - lo interruppe Fyn - Questo intendevi dire? Allora ti posso assicurare che, se è quello il tipo di compagnia che preferisci, allora dovrai fare sicuramente a meno di me... per un bel pezzo.-.
- Cosa vuoi dire... è una minaccia?-.
- Mi hai stufato, - gridò lei - mi hanno stufato le tue amicizie, il tuo modo di vivere... sono stufa di te! Hai capito? Sono stanca di averti attorno, con i tuoi modi rozzi, con quell’aria da padrone che assumi quando mi parli... ci ho pensato sai, e ho deciso di andarmene in vacanza sino alla riapertura dell’Università!-.
- Stai scherzando, tu non puoi andartene... io sono tuo marito!-.
- Allora forse non hai capito; io non voglio più saperne di vivere con te!- urlò Fyn.
Ne seguì una breve pausa di silenzio, poi l’uomo si avvicinò a lei e, senza mezzi termini, disse: - Tu non andrai da nessuna parte, qui a Remm non si possono fare certe cazzate, senza evitare di essere emarginati dalla società. Io non ti permetterò di rovinarmi la vita!-.
- Sono pronta a rinunciare ad ogni cosa, se questo è il prezzo da pagare, - asserì lei - ma io non vivrò un minuto di più con te...-.
- Tu sei pazza, vuoi rinunciare all’Università... vuoi essere messa ai margini della Classe di Merito, vuoi lasciare me... vuoi farmi credere che potrai fare a meno di tutto?-.
- Di tutte le cose che hai detto, forse mi mancherà solo la prima; il resto è meno di niente!-.
- Non hai pensato che rovinerai anche la mia di vita? Questo non t'interessa!-.
- Tu non sei più l’uomo che ho sposato, - sussurrò Fyn - ma una gabbia dorata che mi va sempre più stretta, io ho bisogno di spazio... d'aria, e invece mi sento imbrigliata nel tuo noioso modo di sopravvivere, sempre alla ricerca di una festa in cui buttarti.-.
- Questo per me è vivere, - asserì Bruce - senza problemi o preoccupazioni... senza nulla cui pensare, possibile che non riesci ad apprezzarlo!-.
- La tua è una vita senza ostacoli, senza confronti; riesci a passare intere giornate in piscina, senza nemmeno curarti di quello che avviene intorno a te... hai bisogno di un’occupazione, di un lavoro vero, non di questa stupida carica di consigliere.-.
- “Questa stupida carica” mi fa guadagnare tre volte quello che ti danno all’Università, senza impegnare più di tanto il mio prezioso tempo libero.-.
- Non so nemmeno perché resto ancora qui a cercare di spiegarti... - sospirò Fyn - ormai è tardi per ripensarci; io me ne vado... adesso!-.
- Finché sarai mia moglie, la legge te lo impedirà, - esclamò Bruce, determinato a non lasciarla partire - se è questo che vuoi, ti costringerò a rispettare le regole.-.
- Fai quello che credi, - rispose lei, risoluta - ma io non starò qui un minuto di più!-.
- Tornerai, - gridò l’uomo - ed allora dovrai accettare le mie di regole!-.
Fyn preparò in silenzio le valige, nessun rimorso, nessuna paura, avrebbero potuta trattenerla ancora in quel posto, con quell’uomo.
Doveva andare via, una forza irresistibile la spingeva a riprendersi la sua libertà, e solo quando si chiuse la porta alle spalle, solo allora, capì che stava dando un calcio alla propria vita.
Non era una decisione dell’ultima ora, era da tempo che aspettava quel giorno, ma adesso poteva realmente sentire il peso di quella decisione e, doveva ammetterlo, era tremendo.
Su Antar non si volava, il cielo era un grande mare deserto, che nessun aereo avrebbe mai solcato, per via dei cannoni di luce, voraci di molecole sospese.
Fyn lasciò Remm con l’unico mezzo di trasporto abilitato a percorrere la Nazione: un modernissimo treno navetta, che attraversava gli enormi spazi di Antar ad una velocità sorprendente. Una lunga linea retta, costituita da una monorotaia metallica, attraversava l’intero continente, collegando con precisione cronometrica, tutte le grandi città lontane.
Così fu anche quella volta, quando da Remm, capitale dell’alta società, partì come un proiettile verso Thrus, centro unico della pesca, distante circa duemila chilometri.
Meno di sei ore, si leggeva sul biglietto, senza scosse, senza fermate intermedie; non c’era nulla per cui valesse la pena di rallentare quella corsa, null’altro che terra incolta.
Eppure, giusto a metà di quel viaggio, ci fu una strana sosta. “Problemi tecnici” disse la voce metallica, ma gli occhi di Fyn videro la fabbrica di stelle: Ikrail, il centro della luce.
Ne aveva sentito parlare, data la sua posizione, ne aveva potuto conoscere i particolari riservati. Ikrail era la fonte primaria d’energia; tre enormi reattori a scissione, racchiusi in un misterioso bozzolo magnetico, unica forma di contenimento, che rendeva possibile lo sfruttamento completo di quella smisurata forza. L’ottanta per cento di quella immane potenza era concentrato verso altrettanti specchi, posti in orbita sopra Antar, che la restituivano sotto forma di luce e di calore. Vedendo quelle scie violacee, che salivano verso il cielo, Fyn capì quanto era fragile quel Mondo in equilibrio; bastava un incidente, un errore, e tutto sarebbe piombato nell’oscurità totale. Le tenebre, già le inquietanti tenebre... incubo di ogni bambino che, abituato a quel giorno eterno, vedeva nel buio solo la morte.
I reattori sorgevano al centro di un lago artificiale, del diametro di centocinquanta chilometri, e l’intero complesso apparteneva ad una delle due zone proibite della nazione, l’altra era la Penisola Oky, il lembo di terra più vicino al confine della luce.
La navetta ripartì senza sussulti, spinta da una forza di energia indotta, niente ruote, niente motori, nessun rumore a turbare quel viaggio, che sfociò di colpo nella pianura di Thrus. Il paesaggio cambiò all’improvviso, da tetro e roccioso divenne verdeggiante e ordinato, ricoperto da immense foreste di conifere, che sembravano aprirsi a fatica al passaggio di quella freccia metallica. La zona boschiva lasciò ben presto lo spazio ai campi coltivati, ultimo avvertimento, a segnalare l’imminente arrivo in città.
Tanto Remm era moderna ed elegante, quanto Thrus era semplice e spontanea, ravvivata di case color pastello, che attorniavano la profonda insenatura, ricamata di pescherecci dal legname tirato a lucido.
- Questo posto sa di quiete.- pensò Fyn, mentre scendeva dalla navetta, già in procinto di invertire il viaggio.
Era la prima volta che lasciava Remm, eppure lo diceva da sempre, da quand’era bambina... “da grande farò la viaggiatrice, voglio vedere tutto Antar, per raccontarlo alla mamma ammalata,” che mai aveva potuto vedere il mondo. L’aveva lasciata presto sola, divorata dal male della luce, come la maggior parte degli scienziati, che avevano lavorato al progetto nucleare, prima che se ne conoscesse l’effettiva pericolosità.
- Stai lontano da Hammar!- le aveva detto, prima di chiudere gli occhi - Laggiù c’è qualcosa d’invisibile nell’aria, che ti ruba il respiro, che ti consuma piano, senza lasciarti il tempo di capire.-.
Fyn si sedette su una panchina di legno, a due passi dal porto, e restò sospesa nei suoi pensieri, appesi nel cielo in una lunga fila confusa, come si fossero dati appuntamento tutti insieme, per affollarsi nella sua mente e liberare finalmente ogni emozione. Stava bene, forse come non mai... ma, ora che aveva spezzato la catena che la legava, doveva ridare un valore alla sua vita, per troppo tempo senza una meta da raggiungere.
Tolse da una delle borse la relazione di Corinne e, ritrovato l’indirizzo della ragazza, decise di rivolgersi a lei, per cercare una sistemazione provvisoria in città.
Quando arrivò di fronte a quella piccola casa bianca, sentì le voci festose dei bambini, che giocavano nel bosco. Bussò con un gesto inconsueto, atto spontaneo di una memoria che non le apparteneva e, timorosa della reazione che avrebbe trovato al di là della porta, attese che qualcuno comparisse sulla soglia.
- Non credevo di rivederla così presto, - disse una voce conosciuta - e questa visita è certamente merito della mia relazione!-.
- Adesso non esagerare, - rispose Fyn, felice di riabbracciare la sua allieva - diciamo... che avevo fretta di concedermi una vacanza.-.
- Non cerchi d’imbrogliarmi, - rispose Corinne - nessuno lascia Remm con tanta fretta, se non ha un buon motivo.-.
- Non ho lasciato solo la città, ma ho voluto dare un taglio netto alla mia vita, e questo mi sembra il posto adatto per ricominciare.-.
- Venga dentro, Dottoressa Berger, almeno mi dia modo di offrirle qualcosa...-.
- Ti prego, chiamami solo Fyn... non sono più la tua insegnante.-.
- Va bene... Fyn... ma, per qualsiasi cosa, conta pure su di me!-.
- Non vorrei crearti disturbo, dimmi solo dove posso trovare un albergo per riposare, penserò poi a trovare una sistemazione migliore.-.
- Thrus non è un luogo di villeggiatura, non ci sono turisti, - disse Corinne - ma puoi restare qui fin quando vuoi... il posto non manca.-.
- Non voglio esservi di peso... e poi cosa dirà il resto della tua famiglia?-.
- I miei genitori sono fuori a pesca ma, se fossero qui, approverebbero sicuramente.-.
- Allora attenderò che tornino, - asserì Fyn - preferisco siano loro a decidere.-.
- Non saranno qui prima di molte ore, - continuò la ragazza, consultando l’immancabile cronometro - se non vuoi dormire per terra, devi accettare il mio invito!-.
- Va bene... lo farò, ma trova il modo di avvertirli, sarò più tranquilla.-.
Corinne sorrise e l’aiutò a portare i bagagli nella camera al piano superiore, una piccola stanza che avrebbe diviso con lei, almeno per il tempo necessario ad una definitiva sistemazione.
Quando finalmente entrambe poterono adagiarsi sul letto, ricordarono i momenti salienti che le avevano viste protagoniste nel periodo Universitario, soffermandosi sul loro simpatico rapporto di amicizia, che andava oltre a quello scolastico.
Si erano subito piaciute a vicenda; Fyn aveva dimostrato, sin dall’inizio, di apprezzare quel suo modo risoluto di affrontare ogni problema, e Corinne l’aveva ricambiata con una dedizione assoluta, conquistata da quella figura femminile, che avrebbe voluto emulare.
La Dottoressa Berger... bersaglio di ogni sguardo, così bella e irraggiungibile, amata da tutte le ragazze, che s'identificavano con lei, e desiderata da tutti gli uomini, attratti dal suo fascino discreto. Tanti amici, sempre pronti ai suoi desideri, ma solo Bruce era riuscito a conquistarla, con la sua inarrestabile irruenza, con quel suo carattere duro e caparbio, che ora si era sciolto come neve al sole, nella quotidianità e nella noia di una vita senza scosse. La svolta era avvenuta al raggiungimento della carica di Consigliere per il tempo libero, inutile istituzione come tante su Antar, creata solo al fine di tenere occupate le persone della Classe di Merito, uniche beneficiarie dell’eterna tranquillità di Remm.
Antar era un Paradiso senza sogni, tanto tutto era a portata di mano, diviso tra quel popolo così agiato, da non desiderare altro. Tutto, forse troppo... e nessuno era completamente felice, perché mancava il fine ultimo, la meta irraggiungibile che avrebbe fatto la differenza.
Fyn si rilassò in un sonno profondo, unico legame biologico, in quel chiarore infinito che il corpo si trovava a rifiutare. La camera da letto, come tutte, aveva dei filtri scuri alle finestre, impenetrabile barriera per quella luce asettica, che non cessava mai di brillare.
Eppure la vita su Antar aveva preso il sopravvento. I semi, portati in quell’ultimo disperato viaggio verso la speranza, erano diventati alberi... erano diventati grano. Per sopravvivere a quel luminoso flusso ininterrotto, avevano modificato le loro foglie, la loro sintesi, e avevano, di nuovo, avviato la fase di riproduzione, cancellando per sempre la paura della carestia.
Un suono ritmico e metallico risvegliò Fyn, ponendo termine alla sua “fase di riposo”; così era chiamata la notte, parentesi effimera, distinta dal giorno solamente dallo scorrere dei cronometri.
La voce di Corinne arrivò attenuata dall’altra stanza: - Se vuoi fare colazione con me, è già pronta in tavola!-. Il passaggio dal sonno al risveglio avveniva in modo brusco, nessuno era riuscito ancora a spiegare la mancanza di una fase intermedia, come se il corpo fosse trascinato di colpo tra due dimensioni completamente diverse, privato dalla percezione di ciò che succedeva intorno.
Fyn raggiunse la ragazza in cucina e la trovò intenta a spalmare una crema chiara, su alcuni pezzi di pane abbrustolito. Corinne anticipò la sua domanda, - E’ crema di latte... ti piacerà! A Remm questa roba non arriva, laggiù tutto è artefatto.-.
- Parli di quella città come se appartenesse ad un altro mondo, quasi mi sembra di notare nelle tue parole la convinzione di una certa differenza tra gli abitanti di luoghi diversi.-.
- Infatti siamo diversi, tra qualche giorno te n'accorgerai tu stessa!-.
- Va bene signorina... allora racconta alla tua insegnante il motivo di questa tua certezza.-.
- Spettabile Dottoressa Berger, - continuò Corinne, atteggiandosi a studente modello - penso di poter affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che questa diversità debba essere ricercata nel differente modo di vivere degli abitanti delle due città. Non vorrei dilungarmi in analisi approfondite, ma ritengo che la causa principale, risiede nel contatto con la natura... cosa che qui avviene continuamente, mentre a Remm si è completamente perso.-.
- Perché allora non hai costruito la tua tesi su questi elementi?- chiese Fyn, consapevole delle capacità della ragazza.
- E’ semplice... strada facendo, mi sono imbattuta in elementi nuovi e completamente destabilizzanti: c’è una diversa struttura biologica tra le persone esaminate!-.
- Cosa intendi?-.
- Siamo diversi, geneticamente diversi...-.
- Non hai il riscontro per rendere credibile questa tua affermazione.-.
- Ho fatto un’analisi dettagliata sui caratteri dominanti e regressivi, colore degli occhi, pigmentazione della cute, dei capelli, dentatura eccetera... siamo diversi, non so spiegarlo ma è così! Se vuoi, ti mostro tutti i dati che ho raccolto, potrai solo darmi ragione.-.
- Dando per scontato quello che hai detto, anche se necessita di una verifica, sai cosa può significare?-.
- Io non so spiegarmelo.-.
- Allora lo farò io, anche se non lo ritengo credibile; tutto ciò vorrebbe dire che gli abitanti di Antar, appartengono a gruppi omogenei che non hanno avuto modo di mischiarsi tra loro.-.
- E perché non è credibile?-.
- Se questa ipotesi fosse provata, andrebbe contro le regole primarie della vita su Antar, renderebbe le leggi basilari della Nazione, un cumulo di bugie.-.
- Intendi riferirti alla dichiarazione di libertà di scelta e di pensiero.-.
- Ipotizziamo che i nostri avi appartenessero a diversi gruppi etnici, unitisi nello sforzo di abbandonare il loro Mondo, per traghettarci in questa nuova vita... non capisco perché una volta raggiunta la meta, debbano isolarsi in comunità distinte.-.
- Ottima deduzione Dottoressa Berger, - disse una voce alle sue spalle - ma io potrei avere una risposta che non le piacerà!-.
- Questo è mio padre, - esclamò Corinne, correndo verso di lui per abbracciarlo - il suo nome è Martiarsen, ma tutti qui lo chiamano Matias.-.
Fyn gli porse la mano, ammirando quel suo corpo plasmato dal mare, lucido e muscoloso, su cui troneggiavano il suo volto duro, dalla mascella squadrata, e i lunghi capelli chiari, annodati sulla nuca. - Più che tuo padre, sembra un guerriero d’altri tempi, se girasse per le strade di Remm, creerebbe lo scompiglio!-.
- Non so se è un complimento o un’offesa, - rispose l’uomo - ma potrei dire la stessa cosa di lei, Dottoressa, in modo benevolo... naturalmente.-.
- Non deve chiamarmi Dottoressa, lontano dall’Università, sono solamente Fyn.-.
- Allora aveva ragione Corinne, quando mi diceva che lei è una persona molto umana.-.
- Adesso non esageriamo, per qualche volta che ho ospitato tua figlia!-.
- Ha fatto molto più di questo, lo sa... vorrei trovare il modo di ricambiare.-.
- Prima sentiamo la risposta che non mi piacerà.-.
- Lei si chiedeva perché i diversi gruppi etnici, che popolano Antar, hanno evitato di miscelarsi tra di loro per questi trecento anni, io mi sono posto più volte la stessa domanda e ho trovato solo risposte che presumono una precisa volontà da parte del gruppo dirigente.-.
- Mi risulta essere un gruppo misto.-.
- Certo, ma i Consiglieri provengono solo da Remm e Oky, guarda caso proprio due città che sembrano vivere in simbiosi, e Hit, l’isola che ospita il Presidente, si trova proprio in mezzo a loro.-.
- Lei vorrebbe dire che, su Antar, esistono tuttora differenti gruppi, dislocati in modo omogeneo nelle diverse città?-.
- Esatto, - li interruppe Corinne - questo è proprio quello che noi pensiamo.-.
- Allora la differenza tra la classe di merito e quella di servizio è una buffonata!- asserì Fyn, contrariata da quella supposizione.
- Non intendevo dire questo, - aggiunse Matias - non è una questione di classe, ma un segnale che qualcosa di strano è successo quando i nostri avi sono arrivati qui; insomma, non è possibile che a Thrus, o a Biandria, Hammar, Kampor... non nascano né scienziati né consiglieri.-.
- Questo può essere spiegato dal fatto che i centri di ricerca sono ubicati da tutt’altra parte, inoltre i dottori usciti dall’università, tendono a stabilirsi a Remm.-.
- Vorrei che ritornassi un attimo al punto da cui siamo partiti, - esclamò Corinne - la differenza genetica tra i gruppi.-.
- Vorrei poterci riflettere, - sussurrò Fyn - e consultare le tue ricerche, ma prima dovete aiutarmi a trovare una sistemazione in città, non voglio restare qui ed arrecarvi disturbo.-.
- Non se parla nemmeno, - intervenne Matias - sarai nostra ospite per tutto il tempo che ti tratterrai a Thrus, abbiamo un debito da saldare!-.
- Come posso rifiutare... sono nelle vostre mani.-.
- Dovrai adattarti a dividere la camera con me, - aggiunse Corinne - qui non abbiamo una stanza per gli ospiti.-.
- E nemmeno ne abbiamo mai avuti! - disse una donna, appena varcata la soglia dell’abitazione - io sono la mamma e, visto che non l’ha fatto ancora nessuno, mi presento da sola: sono Corel, per gli amici.-.
Fyn familiarizzò subito con entrambi, erano persone molto semplici, istintive e, contrariamente a quello che si diceva nei raffinati ambienti della Classe di merito, dimostravano una spiccata intelligenza e perspicacia.
- Dannazione, - pensò - sto proprio ragionando nello stesso modo di cui discutevamo un attimo fa, eppure io stessa difendevo l’assoluta mancanza di preconcetti.-.
Quella discussione aveva acceso la sua curiosità, ed ora si ritrovava a riflettere su elementi che mai aveva preso in considerazione, ritenendo, come tutti, che ogni cosa, appartenuta al passato, era un dettaglio senza valore, da dimenticare.
Corinne l’accompagnò a visitare il porto, profonda insenatura che si spingeva nella baia di Thrus, come una lunga ferita d’acqua, insinuata nelle viscere della roccia.
Decine di navi erano all’attracco, sospese su quel mare cristallino e profondo, quasi immobili, in una calma irreale. I loro scafi di legno, lucidi e curati, splendevano nel chiarore cristallino, riflesso da quell’immane specchio azzurro, che ne esaltava il contrasto.
La gente era diversa, lo poteva costatare di persona. C’era un’euforia contagiosa, che sfociava in un’atmosfera quasi febbrile, ognuno pareva avere un compito... un lavoro da eseguire.
Non sembrava così tremenda, dunque, la Classe di servizio; quegli uomini non soffrivano il disagio di appartenere al primo gradino di quell’assurda scala di valori, anzi, affrontavano con impegno le loro attività così puramente “manuali”, dimostrando addirittura di gradirle.
- Sono felici! - asserì Corinne - E’ questo vero, che non capisci?-.
- Questo posto mi è stato raccontato come un inferno, dove la gente combatte ogni giorno una dura battaglia per sopravvivere, possibile che il nostro modo di concepire la felicità, sia così distante!-.
- Tu sai guardare con occhi diversi, non sei come gli altri... quante persone, a Remm, concepiscono una vita come questa?-.
- Non Bruce, - pensò - nemmeno Larry e... nemmeno tutti quelli che mi vengono in mente, probabilmente sono davvero io, quella che vede le cose in un modo speciale.-.
Arrivati alla barca di Matias, la sua attenzione fu attirata da una tavola consumata, inchiodata sulla prua, con incisa una strana scritta: Amund.
- Cosa significa, - domandò, lasciando scorrere la mano su quegli intagli anneriti, che parevano lasciati dall’azione del fuoco.-.
- Mio padre l’ha trovata nel suo girovagare, lui è convinto che su Antar si sia svolta una terribile battaglia, tre secoli fa.-.
- Nei libri, c’è scritto che il nostro arrivo su questo Mondo è stata sì una battaglia, ma contro il tempo, dovevamo vincere le tenebre entro una data stabilita, ogni giorno di ritardo sarebbe stata una catastrofe.-.
- Non conosco la storia del nostro arrivo, e neppure tu hai potuto avere tutte le risposte ai tuoi dubbi... siamo un popolo senza passato!-.
- Avremmo potuto essere senza futuro... a questo non hai pensato?-.
- Capisco quello che vuoi dire, ma continuo a chiedermi perché siamo arrivati qui ! E poi... da dove siamo partiti, quali sono le nostre origini?-.
- La spiegazione ufficiale non accontenta nessuno, ma il Consiglio ha lasciato intendere, che il passato deve essere sepolto per il nostro stesso bene; non conoscerlo, eviterà che lo si possa ripetere... sicuramente siamo noi, coloro che hanno portato alla distruzione il nostro pianeta.-.
Salite a bordo, Corinne portò Fyn sotto coperta, dove aveva creato il suo piccolo laboratorio personale.
Catalogati e separati per gruppi, un’infinità di piccoli oggetti trovava posto in contenitori stagni, allineati ordinatamente nel gavone di prora, etichettati con schede di diverso colore.
- Qui c’è tutta la mia teoria, - esclamò Corinne, fiera del suo piccolo tesoro - sognavo che un giorno l’avrei portata a Remm, per spiegare ai miei studenti la conclusione a cui sono arrivata.-.
- Spiegala a me, per una volta invertiamo le parti!-.
- Io sono convinta che, al nostro arrivo su Antar, abbiamo dovuto lottare con il popolo delle tenebre. L’immane battaglia, in cui crede mio padre, altro non è che lo scontro tra i naufraghi e gli antichi abitanti dell’isola... io ho le prove della presenza della vita, qui, prima di noi.-.
- Quali sono?- domandò Fyn, conquistata dalle parole della ragazza.
- Questo mare è colmo di esseri viventi più vecchi della nostra razza!-.
- Se questa affermazione si basa, come ho letto nella tua relazione, sull’età fossile di alcuni pesci, ti assicuro che sono stati trasportati in blocco durante la fuga dalla Terra; non erano solo uova e semi, i nostri compagni di viaggio, c’era un’intera stiva colma di esemplari maturi per la riproduzione, nessuno voleva rischiare la catastrofe alimentare.-.
- E questo?- chiese Corinne, porgendole uno strano oggetto dalla forma appuntita, simile ad un grosso dente.
- Potrebbe appartenere ad uno di quei pesci arrivati con noi.-.
- Può essere successo uno sbaglio nella classificazione degli animali di cui parlavamo prima... per la fretta o... che ne so... per un errore di valutazione.-.
- Tutto può essere, ma non credo che, seppur nella confusione della partenza, possa essere passato inosservato un animale grande come quello. Lo spazio era vitale e il suo imbarco è sicuramente legato al suo utilizzo nella preparazione della catena alimentare.-.
- Strano... proprio strano, visto che si tratta di uno dei più terribili predatori, ci siamo portati un bel concorrente!-.
- Cosa vuoi dire... esattamente?- sussurrò Fyn, sempre più interessata.
- Questa bestia terribile è la disperazione di tutti i pescatori di Thrus! Distrugge le reti, arriva persino ad attaccare le piccole imbarcazioni... siamo stati così stupidi da portarcelo appresso? E non è tutto, visto che si è riprodotto, ne abbiamo portati pure diverse coppie... non ti sembra troppo?-.
- Evidentemente si puntava su grossi esemplari che potevano dare un apporto di cibo notevole.-.
- Non hai capito, - spiegò Corinne - questo mostro non è commestibile o, almeno... noi non siamo riusciti a mangiarlo!-.
- L’avete catturato?-.
- Terrorizzava tutti i pescatori, si gettò addirittura contro la nostra barca, molto tempo fa, e mio padre decise di farla finita con lui. Uscì in mare con un’esca enorme e lo attese al varco, finché cadde nella trappola, facendo una brutta fine... ma se l’era meritata!-.
- Poi cosa successe?-.
- Lo trascinò in porto e, come sempre, fu diviso tra i pescatori, che decisero di organizzare una festa comune, ma non fu un buon pasto... dovettero cucinare altro pesce.-.
- Sarebbe stato interessante poterlo esaminare.-.
- Nessuno, allora, capì l’importanza di quello che era avvenuto, solo in un secondo tempo, in presenza di ulteriori indizi, si diede importanza all’episodio; Fyn, credimi... questo posto era abitato da altri esseri viventi!-.
- Prima di noi c’erano solo le tenebre... senza la luce artificiale dei tre proiettori, non poteva esserci la vita; questa è una regola incontrovertibile, Antar era solo un oscuro pianeta di ghiaccio!-.
- Lo so... lo so... su questo non ho dubbi, ma le cose potrebbero essere andate in molti modi, chi ci assicura che il sistema d’illuminazione non esisteva già prima del nostro arrivo.-.
- Insomma, il senso del tuo discorso è questo: noi siamo arrivati su questo pianeta allo stremo delle nostre forze, abbiamo ingaggiato una lotta furibonda con un ipotetica civiltà, in possesso di una tecnologia molto più avanzata della nostra, li abbiamo sconfitti senza subire grosse perdite, abbiamo distrutto le loro coltivazioni per sostituirle con le nostre, abbiamo ripopolato il mare con i nostri pesci, mantenendo solo qualche pericoloso esemplare locale e, tanto per non smentirci, abbiamo continuato a vivere in gruppi etnici puri.-.
- Detto così, sembra improbabile anche a me!- ammise Corinne.
- Allora devi rivedere completamente la tua relazione, altrimenti sarai esclusa dall’Università!-.
- E per questo che sei venuta sin qui... vero?-.
- Non solo per questo, - rispose Fyn, stringendola tra le braccia - ho avuto una discussione con Bruce, credo che il nostro matrimonio sia giunto alla fine.-.
- Sai, non riscriverò la relazione, non m’interessa più far parte della Classe di Merito, io sto bene qui, a Thrus!-.
- Forse hai ragione, questo è il Paradiso.-.
Lo era certamente, e se ne convinse più tardi, quando li raggiunsero Corel e Matias, proponendo di uscire insieme a pesca.
L’imbarcazione lasciò il porto, salutata da decine di corti sbuffi di sirene, usuale saluto tra marinai, che stazionavano in quel tranquillo tratto di mare, piatta laguna, accesa di riflessi.
Abbandonati gli ultimi tetti rosati di Thrus, costeggiarono l’alta scogliera, dirigendosi verso la parte esterna della baia, dove il vento cominciò a gonfiare la vele, spingendo lo scafo con il suo alito caldo.
Fyn si mise accovacciata sulla botola di prua, seguendo le precise manovre di Matias, intento ad urlare ordini corti e sicuri, al resto della famiglia. Strana ciurma, quella dell’Amund, veliero dalla forma antica, costruita intorno al suo cuore tecnologico, così sapientemente camuffato tra vele e sartie. In fondo i pescatori di Thrus, portavano nel petto la voglia di avventura; per loro quello non era un lavoro, ma un gioco infinito e affascinante, che trasportava i loro occhi oltre il sogno, per lasciarli vagare al di là della grande barriera, dove le tenebre s’intrecciavano col mistero.
Forse per questo, costruivano gli stessi velieri da secoli, copiandoli dall’unico libro in loro possesso, un antico manuale di progettazione nautica, portato nel nuovo mondo, insieme alla voglia di mare.
Corel riordinò alcune cime, poi si sedette accanto alla donna, sollevando la sua corta tunica, fissata in vita da una cintura di cuoio. - Questo a Remm, ve lo sognate, - sospirò, indicando la linea chiara dell’orizzonte - io l’ho vista, quella città... non ci sarei rimasta un minuto di più!-.
- Devo ammettere che qui è incantevole, comincio a capire le scelte di Corinne ma, fossi in lei, prenderei comunque la laurea, se non altro per dimostrare a se stessa di avercela fatta.-.
- E’ cocciuta come suo padre... ed è meravigliosa quanto lui, non posso costringerla in una vita in cui non crede, non me lo perdonerebbe mai.-.
Fyn la osservò attentamente, il suo corpo abbronzato lasciava intravedere le linee nervose dei suoi nervi, tesi sui quei muscoli eleganti e affusolati, che nulla toglievano alla sua delicata femminilità. Era una bella donna, i capelli biondi legati a treccia, che scivolavano sulla spalla in un delicato accostamento di toni, ed i suoi occhi così espressivi... profondi.
Mentre parlava, sulle guance le si dipingevano le linee del sorriso, piccoli tratti appena accennati, che partivano dagli angoli della bocca per colorare tutto il viso.
Matias era l’esatto contrario, maschio in ogni espressione; pareva una forza della natura, pronto ad esplodere la sua potenza incontenibile, eppure così riflessivo... pacato.
Quando la barca raggiunse il mare aperto, l’orizzonte s’incendiò di luce, una lunga linea infuocata che separava il mare dal cielo.
- Cos’è che brilla in quel modo?-.
- E’ la Grande Barriera di ghiaccio,- rispose Corel, allungandole un cannocchiale - riflette la luce sull’acqua e il riverbero crea questo effetto strabiliante.-.
- Quanto dista dal punto in cui siamo adesso?- chiese Fyn, cercando di metterla a fuoco.
- Circa centocinquanta chilometri, - intervenne Matias - a questa velocità occorrono tredici... quattordici ore di navigazione, se vuoi ci andiamo!-.
- Non voglio rubare del tempo al vostro lavoro... sarà per un’altra volta.-.
- Non scherzare, - rise lui - nessuno ti potrà mai portare sin là, questa è un’occasione unica.-.
- E la pesca? All’ultima riunione del Ministero dell’alimentazione, ho saputo della drastica diminuzione delle scorte, erano tutti preoccupati.-.
- Preoccupazioni inutili; primo perché pescheremo durante tutto il viaggio, e secondo perché il Ministro ha detto un sacco di cazzate... abbiamo i magazzini pieni di pesce, se non vengono a ritirarlo, lo butteremo via.-.
- Questo è incomprensibile, non trovo una spiegazione.-.
- A furia di starsene con la pancia all’aria, - continuò Matias, impostando la rotta verso la barriera ghiacciata - ai nostri capi gli si è rattrappito il cervello, non è la prima volta che creano questi falsi allarmismi... forse vogliono tenere alta la tensione ma, con noi, cadono nel ridicolo, perdendo di credibilità.-.
- A Remm sono convinti che voi li odiate, perché siete costretti a lavorare per sfamarli, - rispose Fyn - ma comincio a credere che la verità sia un altra.-.
- Era ora che te ne accorgessi, è bastato un giorno di vita normale per farti rinsavire!-.
- Non esagerare, anche voi potreste esservi fatti delle idee sbagliate sugli abitanti delle altre città.-.
- Quando torneremo a Thrus, ti porterò a vedere qualcosa che ti farà cambiare idea, credo di potermi fidare di te!-.
- Non puoi cominciare a dirmi di cosa si tratta?-.
- Una cosa per volta, cara Dottoressa Berger, la lezione è appena cominciata.-.
Le ore passarono lentamente, il turno di riposo giunse a proposito, lasciando agli automatismi, il compito di guidare l’imbarcazione verso quella linea di ghiaccio, sempre più vicina, sempre più misteriosa.
Quando il segnale acustico echeggiò nella stiva, per risvegliare gli occupanti dell’Amund, Fyn balzò subito dalla cuccetta, salendo la ripida scala di legno che portava in coperta.
- Mettiti una paio di occhiali molto scuri, - affermò Corel - altrimenti rischierai di non riuscire a vedere nulla.-.
Non l’ascoltò, ma subito rientrò in cabina, allungando la mano alla ricerca di aiuto.
Ci vollero dei minuti, prima che potesse tornare a vedere, poi i suoi occhi si ripresero lentamente dallo shock, ritornando alla normalità.
- La Barriera Ghiacciata riflette la luce amplificandola all’inverosimile, - aggiunse la donna, porgendole una montatura nera, su cui erano fissate delle pesanti lenti a specchio - il passaggio dal buio all’esterno è paragonabile ad un lampo nelle pupille... ti avevo avvertita!-.
- Hai ragione, - rispose Fyn - ma mi sono lasciata travolgere dalla curiosità.-.
Salì di nuovo e lo spettacolo, che apparve davanti a lei, era grandioso.
La grande barriera era là, ad una distanza di un paio di chilometri, ma la sua imponenza riempiva ogni sguardo, così scintillante ed altera... insuperabile confine di Antar.
Avvicinandosi ancora, la pelle percepì l’abbassarsi della temperatura e, per quanto il vento soffiasse in direzione di essa, il termometro scese a picco, obbligandoli a vestire abiti più adatti a quel clima.
- Quanto possiamo avvicinarci?- chiese, stringendosi nel collo imbottito del giaccone.
- Il limite è stimato tenendo conto dell’altezza del ghiaccio... - rispose Matias, azionando il comando che ammainava le vele - in questo punto direi che, sino ad un centinaio di metri, non rischiamo nulla.-.
- Non capisco dov’è il pericolo.-.
- A volte si staccano costoni gelati, e piombano nel mare sottostante con la forza di un uragano, non vorrei proprio essere là sotto... in quel momento.-.
- Ci siete venuti molte volte?-.
- Nelle acque che costeggiano la barriera, si trovano enormi branchi di pesci, molto diversi da quelli conosciuti... ma non è questo il motivo che ci porta spesso qui!-.
- Anche questo è un segreto della gente di Thrus?-.
- Di solito, divido questo posto solo con la mia famiglia, gli altri sono molto più ligi alle leggi.-.
- Non sapevo ci fosse una legge che stabilisce dove pescare.-.
- Infatti, non stabilisce dove è possibile farlo... ma proibisce di avvicinarsi a meno di cento chilometri dalla barriera; in questo momento siamo passibili di arresto!-.
- Allora perché lo fai, - domandò Fyn, preoccupata - non temi di essere avvistato dalla Marina Militare?-.
- L’unico modo per farlo, è individuarci a vista... nessuno strumento di rilevazione elettronico è in grado di percepire la massa di questo veliero: è costruito interamente in legno.-.
- Parli sempre in un modo molto tecnico, non sapevo che i pescatori fossero così preparati.-.
- Chi credi abbia costruito la strumentazione necessaria alla navigazione in queste acque, non penserai che, essendo un mare interno, non nasconda nessuna insidia; quest’anno sono già tre i pescherecci dispersi.-.
- Non so...- sospirò Fyn, confusa - saranno tutti questi repentini cambiamenti... il vostro modo completamente diverso di vivere... mi sembra di ritrovarmi in un altro Mondo, eppure anche questo è Antar!-.
- Non credere che tutti condividano le nostre idee, - la rincuorò Corel - noi siamo una famiglia un po’ speciale.-.
- Conoscendo Corinne, su questo non avevo dubbi, ma non capisco la vostra sete di avventura; rischiate un processo, solo per il gusto di disobbedire alle leggi della Nazione.-.
- Noi non veniamo qui solo per sfizio, - continuò Matias, facendosi serio - quello che cerchiamo è “il sapere”. Quand’ero giovane, ho letto tutti i libri che parlavano del nostro primo pianeta: la Terra. Se nessuno di quegli uomini, un po’ pazzi, fosse partito per sfidare il nulla, da cui si credeva di essere circondati, avremmo rinunciato per sempre a scoprire che, oltre ogni oceano, c’era una nuova terra... oltre il cielo, mondi diversi da esplorare.-.
- Cosa credi di trovare qui, nascosto dal ghiaccio?-.
- Sono convinto che, su quest’enorme massa di ghiaccio, è vissuto un popolo, prima di noi, e voglio cercarne le tracce, prima che gli scienziati di Antar, le facciano sparire completamente.-.
- E speri di trovarne i resti nella barriera?-.
- Quando il costone si crepa e frana in mare, restituisce tutto ciò che teneva prigioniero dentro di sé, da migliaia di anni; non mi vorrai far credere che, anche quello, l’abbiamo portato noi?-.
- Tu sai molto di più di ciò che mi vuoi dire, - asserì Fyn - ma non puoi passare il tempo ad aspettare che il ghiaccio si decida a gratificare la tua speranza; hai fatto il calcolo di quante probabilità hai di essere presente al momento dell’evento?-.
- E’ come negare all’uomo la possibilità di volare... eppure se volessimo...-.
- Non si può volare su Antar, persino gli uccelli ci hanno rinunciato!-.
- Quelli che tu chiami uccelli, - sentenziò Matias - non hanno mai volato nemmeno sulla Terra; come scienziata, hai molte lacune!-.
- Chi ti ha fornito queste informazioni? Nessuno ha il permesso di consultare i libri del “Vecchio Mondo”!-.
- Io l’ho fatto, e li potrai leggere anche tu... basta che lo chiedi.-.
Fyn non rispose, la sua mente cominciò ad analizzare tutti quei frammenti irreali, per riunirli in un’unica logica credibile, ma una domanda continuava a esplodere nelle sua testa: perché, al convegno annuale della Scienza, non aveva mai sentito parlare di questi problemi?
Mentre lei rimuginava i dati appena acquisiti, Matias calò una scialuppa e remò, da solo, verso il costone ghiacciato, sotto lo sguardo attento di Corel, dall’apparenza tranquilla.
- L’ha fatto altre volte, vero?- domandò sottovoce, nel timore che qualcosa potesse accadere.
- E’ stato anche sopra la barriera... - disse Corinne, eccitata - ci ha camminato lassù... mio padre è incredibile!-.
- Come può esserci salito in cima, nessuno può riuscirci!-.
- Se lui ha detto che l’ha fatto... io ci credo; non sarebbe mai capace di mentirmi!-.
Corel si voltò per un istante e fece un cenno d’assenso con il capo, confermando le parole della ragazza.
La piccola barca pareva un guscio di noce, mentre avanzava a stento tra quella poltiglia ghiacciata e Matias continuava nel suo sforzo, imperturbabile, finché giunse alla base di quella ripida parete bianca.
Con un arpione ne colpì più volte la superficie, cercando una piccola crepa, in cui far leva.
Un grosso pezzo di ghiaccio si staccò e cadde all’interno dello scafo, attutito da una rete, tesa tra i bordi. Era quello il suo trofeo, quel candido blocco gelato, dai riflessi azzurrini, che quasi accarezzava come fosse un figlio appena nato, tanta era la sua voglia di sapere.
Ripercorse il tragitto in senso contrario, accostando all’Amund, con un sorriso di soddisfazione dipinto sul volto.
Quando il ghiaccio e la scialuppa furono issati a bordo, Fyn si avvicinò a quell’ammasso fumante come farebbe un biologo con un cultura di batteri. Era incuriosita ed al tempo stesso provava una forma di timore, come se quell’atavico concentrato di storia, potesse nascondere una terribile verità. Matias scese sotto coperta, tornando poco dopo con un contenitore a tenuta stagna, dove introdusse il suo frammento di mondo antico, a cui ne staccò un piccolo pezzo, per donarlo alla Dottoressa.
Lei lo teneva tra le mani, tremando, subito aiutata da Corinne, accorsa con una provetta di vetro, in cui depositare quella scheggia in rapida liquefazione.
Il ritorno verso Thrus fu un viaggio di inconsapevoli silenzi, ognuno perso nel suo gioco fantastico, dove l’immaginazione era la sola regola, oltre... tutto era possibile.

Città di Thrus

Qualcosa stava incrinando le certezze della Dottoressa Berger.
I quesiti che continuava a porsi, la portavano inconsapevolmente verso una direzione ignota, lasciando spazio ad un nuovo modo di interpretare la realtà, ora sicuramente meno stabile.
Intorno a lei, i pescatori continuavano la loro vita di sempre, ma quel loro modo di lavorare, di parlare, era ormai entrato nelle sue abitudini quotidiane; quasi si sentiva parte del mondo allegro di Thrus.
Corinne le portò l’antico testo, citato da suo padre; poco più di duecento pagine illustrate, un concentrato di storia, costituito da informazioni sommarie, poche frasi per raccontare due millenni!
- Sembra un libro scolastico, - asserì Fyn, sfogliando velocemente le pagine - dal tipo di illustrazioni e dalla grandezza dei caratteri, direi che si tratta di un atlante geografico, adatto per ragazzi di età compresa tra i dodici... tredici anni.-.
- Su Antar, i ragazzi di quell’età, lo reputerebbero un romanzo di fantascienza!-.
- Dove l’avete trovato?-.
- Era tra un folto gruppo di manoscritti, scampato alla pulizia ideologica del “Gruppo di Potere”... o dimenticato da qualche “sigless”, nella sua fuga dalla civiltà.-.
- “Sigless”, - ripeté Fyn, sbarrando gli occhi - non conosco il significato di questa parola.-.
- Sono un gruppo di esseri umani che vivono ai margini della società, non riconoscono il “Potere Centrale” e si ritengono autosufficienti anche se, in realtà, fanno scambi con le popolazioni delle città.-.
- Matias l’ha avuto da uno di loro?-.
- Mio padre è capitato per caso in uno dei loro rifugi, probabilmente abbandonato, ma non ancora smantellato completamente; da allora il suo interesse per il passato è esploso, come quello di chiunque abbia consultato quel documento.-.
- Allora tutto nasce da qui, da queste pagine logore, clandestine di un viaggio verso l’ignoto ed, ora, punto di partenza per un ritorno verso la madre Terra.-.
- Hai tutto il tempo per consultarlo, - aggiunse Corinne - quando avrai terminato, andremo tutti insieme a vedere un posto molto particolare.
Fyn saltò persino un turno di riposo, era affamata e stanca, ma non riuscì a smettere di scorrere quelle pagine, così semplici, naturali. Erano come una miccia accesa che, nel suo percorso verso la detonazione finale, sgretolava tre secoli di certezze, sciolte come quella scheggia di ghiaccio nella provetta.
Continenti, catene montuose, mari, oceani, isole… parole fino ad allora senza senso, ed ora macigni pesanti come interi continenti, gettati nel mare infinito con estrema naturalezza, quasi ombre confuse nell’ancestrale silenzio, ultimo compagno di quel viaggio verso l’ignoto.
- Come possono averci taciuto le nostre radici?- si chiese, piangendo - Perché hanno cercato di privarci del passato che ci appartiene, quale verità si nasconde in esso, per decidere di cancellarlo dalla memoria?-.
Si sentiva persa, abbandonata dalle convinzioni che avevano sorretto la sua voglia d’insegnare ad altri una verità costruita; un semplice testo scolastico aveva distrutto ogni suo ideale.
Quale Mondo può concepire di nascondere, agli esseri viventi che lo abitano, le semplici nozioni contenute in un libro per ragazzi?
Passò e ripassò quelle pagine, cercando un appiglio, una scusa... poi, si arrese all’evidenza e trovò il conforto dei sogni, stranamente limpidi e sereni, lontani da Antar.
Quando ritrovò il suo equilibrio interiore, raggiunse Matias al porto e salì sull’Amund, con lo sguardo greve.
- So perché sei venuta da me! - disse lui, mentre a torso nudo scaricava decine di ceste colme di pesce.
- Allora abbi il coraggio di dirmi tutto... dall’inizio; non è una coincidenza che io sia venuta qui, vero?-.
- Non è questo il luogo per una discussione di questa portata, vai da Corinne, ti raggiungerò più tardi in un posto sicuro.-.
Obbedì, ora lo sapeva: la relazione della ragazza era un trucco per farla venire a Thrus, non c’era altra spiegazione!
Corinne la condusse su per la montagna, lungo un sentiero appena accennato tra le rocce; la camminata durò un paio d’ore, finché raggiunsero un crepaccio.
Varcarono quella soglia ostile, per tuffarsi nel buio del sottosuolo, scendendo per una ripida parete, cosparsa di appigli metallici. Nel petto, il cuore tuonava la sua rabbia, miscelata nelle ombre scure della paura, mentre le scariche di adrenalina si susseguirono rapide, trasformando la sua ira in una furia.
- Mi avete usato!- urlò, battendo i pugni sulla roccia.
- Non saresti venuta qui, - ammise la ragazza - se ti avessi detto veramente come stavano le cose.-.
- Bastava venire da me e chiedermelo, sarebbe stato molto più onesto.-.
- Mi avresti creduto? Chi mi avrebbe garantito che potevo fidarmi di te!-.
- E chi potrebbe impedirmi di tornare a Remm e raccontare tutto alle Autorità?-.
- Tu non ti fidi più di loro, è inutile che cerchi una via d’uscita.-.
- Allora sono prigioniera, - domandò Fyn - qual è la mia colpa?-.
- Aspettiamo Matias e gli altri, sarà lui a spiegarti tutto.-.
Attesero, in silenzio, finché il tremolio della luce di una torcia elettrica, si riflesse sulle pareti della grotta, mentre i passi si facevano sempre più vicini.
Era un gruppo di uomini mascherati, solo Matias e Corel avevano il volto scoperto, segno certo che nessun altro si fidava di lei.
- Ti hanno sempre mentito, - esordì l’uomo - ti hanno usato sicuramente molto più di quanto abbiamo fatto noi.-.
- Detto da chi non ha il coraggio di mostrare nemmeno la faccia, non mi sembra molto suggestivo.-.
- Non potevamo sapere come avresti reagito, - continuò Corel - ti assicuro che non c’era un altro modo di contattarti.-.
- Va bene, - disse Fyn - ora posso andarmene?-.
Nessuno fiatò, lei si alzò e si incamminò seguendo il percorso a ritroso, senza neppure voltarsi indietro.
- Dottoressa Berger, - esclamò una voce conosciuta - ci conceda almeno una spiegazione.-.
Restò ferma sui suoi passi, cercando di realizzare a chi appartenesse poi, fremendo, girò il capo in direzione di quel suono, ritrovandosi a guardare i volti ormai tutti scoperti.
Era Miller, uno dei pochi uomini a cui avrebbe prestato la propria anima, il massimo esperto di storia del pianeta.
- Cosa fai lei qui?- chiese Fyn, tentennante.
- Venga giù di lì, non faccia i capricci, le assicuro che si trova tra persone serie!-.
La discussione riprese con altri toni, ma l’ambiente si riscaldò di nuova euforia anche se, ben presto, rivelò la vera natura di quell’incontro.
- Questa riunione nasconde un velato accenno di congiura...- affermò la Dottoressa
- Voler capire sino in fondo qual è la verità, - continuò Miller - non può essere considerato un attacco allo Stato, ma solo una cruda analisi delle persone che ci comandano. Vogliamo capire cosa si nasconde dietro il loro atteggiamento benevolo, ci sono molti... molti punti oscuri da chiarire.-.
- Su questo posso anche essere d’accordo, ma non pensate che ci possa essere un valido motivo per cui abbiano deciso di tenerci nascosto il nostro passato?-.
- L’animo dell’uomo è portato a scavare dentro il sapere, esattamente come un marinaio è spinto dall’avventura che, come una forza irrefrenabile, lo spinge a intraprendere un viaggio da cui, spesso, sa di non poter tornare; oggi, qui, siamo tutti degli esploratori dell’estremo, potremmo inoltrarci lungo una strada senza uscita, ma siamo consapevoli che ne vogliamo vedere il fondo.-.
- Anche se fosse la causa della tragedia che ci ha indotto ad abbandonare la Terra?-.
- E conoscerla, sarebbe un danno così grave? - asserì Miller - Non siamo abbastanza grandi per decidere, poi, se divulgarla o seppellirla per sempre?-.
- Chi ci garantisce che altri non la cercheranno con scopi diversi?-.
- Vede, Dottoressa Berger, a trecento anni dal nostro arrivo su Antar, è rimasto ben poco dei documenti che ci siamo portati appresso... poche pagine sgualcite, sfuggite ai controlli ufficiali e abbandonate come rifiuti in rapido disfacimento. Non so se qualcuno, prima di noi, abbia tentato la nostra stessa impresa, ma sono portato a credere che, dopo il nostro, non ci potrà essere nessun altro tentativo!-.
- Perché io... - domandò Fyn - perché mi avete scelta? Ci dev’essere un motivo per decidere di trascinarmi in questa storia.-.
- Sei libera di tornare nella tua comoda casa di Remm, - esclamò Matias - è difficile ammetterlo, ma potremmo esserci sbagliati sul tuo conto.-.
- Non hai risposto alla mia domanda, perché avete scelto me?-.
- Per la posizione che ricopre tuo padre! - tuonò Miller, mostrando il lato deciso del suo carattere.
Fyn lo guardò, sorpresa dal tono che gravava su quelle parole, non lo conosceva sotto quell’aspetto duro. - Avete toccato finalmente il fondo, - rispose - volete usarmi come spia!-.
- Ci sono mille altri motivi, che ci hanno fatto decidere sul tuo nome: la tua grande professionalità, la tua conoscenza specifica, medica e biologica... ma è inutile mentire, essere la figlia di Helmut Berger ha giocato decisamente a tuo favore.-.
- Mio padre non può essere complice del Potere, la sua posizione è sempre stata lineare!-.
- Potrebbero averlo tenuto all’oscuro di tutto, prendi il mio esempio... io stesso, principale studioso di storia, ero ingabbiato da una muraglia di omertà!-.
- Cosa credete che sappia, mio padre?-.
- Lui ha curato il recupero di Hammar, non può ignorare cosa si nasconda laggiù!-.
- Mi spiace, - sussurrò Fyn - quel luogo è fonte di dolore per tutta la nostra famiglia, non intendo affrontare questo discorso con lui.-.
- La decisione può essere solo tua, - la incalzò Matias - noi abbiamo riposto in te ogni speranza, non vorremmo restare delusi.-.
- Come dire: con noi, o contro di noi! Se rifiuto cosa accadrà... mi taglierete la gola?-.
Il silenzio gravò sulla scena, poi Miller si avvicinò a lei e cercò la giusta espressione per pronunciare quelle poche parole: - Non abbiamo pensato ad un’alternativa...-.
- La risposta è no! - disse Fyn, risoluta - Ora accompagnatemi a Thrus... o devo considerarmi vostra prigioniera?-.
Un gesto impercettibile e Corinne le fece segno di seguirla, inerpicandosi sulla ripida via che portava al di fuori della caverna.
Non ci furono parole, ad alleviare la fatica di quel lungo ritorno, solo i pensieri, vagavano su quel paesaggio ruvido, cercando di cancellare gli ultimi avvenimenti, per permetterle di tornare alla sua vita “normale”.
Come si può tornare alla fredda terra, dopo un volo, per quanto breve, nel labirinto velato della sapienza!




Stazione di Thrus

Corinne l’abbracciò, porgendole le borse dei bagagli, e Fyn restò immobile al centro della piccola piazza, mentre i suoi occhi si scioglievano in una mal celata emozione.
- Hai proprio deciso di abbandonare l’Università?- disse, con un fil di voce.
- Non voglio, un giorno, essere costretta ad insegnare delle menzogne!-.
Pesanti come macigni... risuonarono le parole, rincorrendosi l’un l’altra, mentre la brusca accelerazione portava la navetta alla sua velocità di crociera; le mani di Fyn a stringersi le tempie, quasi a voler escludere quella frase, dalla logica consueta dei suoi pensieri.
Dove sarebbe andata?
Non poteva tornare da Bruce, non voleva farlo, gli restava un’unica chance, ma era la più difficile da accettare: far visita a suo padre.
Erano quasi due anni che non lo vedeva, l’ultima volta fu una burrasca e, sebbene i loro rapporti non si fossero interrotti completamente, la strada del ritorno era cosparsa di mille difficoltà.
- Almeno ora abbiamo un punto in comune, - pensò - nessuno dei due sopporta Bruce!-.
Non ricordava neppure quale fosse stata la ragione di quella discussione, diventata di colpo una ragione di vita, ma non poteva dimenticare il motivo profondo dell’astio che provava per lui: non gli aveva mai perdonato la morte della madre.
Lo riteneva responsabile di averla lasciata partire per Hammar, era colpevole di averle permesso di intraprendere quel lavoro rischioso, privando una figlia delle sue tenere carezze, lasciandola sola per tanti anni.
Quando tornò, non poteva nemmeno avvicinarsi, la radioattività aveva intriso ogni suo organo, costringendola a vivere rinchiusa in una tuta grigia, dello stesso colore atroce della sua fine.
- Perché non è successo a lui?- se lo chiese per anni, finché esaurì persino la forza di odiarlo, e cominciò a rispondere alle sue lettere, senza trovare il coraggio di affrontarlo davvero.
Raggiunse lo scompartimento dei servizi e provò a comporre il numero di telefono, attendendo, come sempre, la solita voce sintetizzata, che pregava di lasciare un messaggio.
Disse appena il suo nome e subito rispose lui: - Fyn, sono tuo padre... dove sei, va tutto bene?-.
- Certo che sto bene, ma perché sei così preoccupato?-.
- Mi ha chiamato Bruce, era agitato... ha detto che te ne sei andata via come una furia; credeva fossi venuta da me.-.
- Lo sto facendo ora, se non ti disturbo, dimmi dove ti posso raggiungere.-.
- Sono ad Oky, nel “quartiere della Nazione”, la terza fermata della linea militare, la navetta rossa... per intenderci.-.
- Il mio “pass” può accedervi?-.
- Lo abiliterò tra due minuti, quando verrai qui?-.
- Sarò da te appena possibile, ma evita di dirlo a Bruce... su quell’uomo avevi ragione, è una larva umana.-.
- Ne parleremo a quattr’occhi, sai bene cosa penso di lui.-.
Suo padre... in pensiero per lei... stentava a crederlo, ma ne era felice, la faceva sentire di nuovo importante per qualcuno; non voleva ammetterlo, ma era la sua unica ancora di salvezza!
Giunta a Remm, lasciò l’area civile della stazione, per inoltrarsi nel lungo corridoio sotterraneo che conduceva a Yokada, la porta militare della zona proibita.
Insieme a lei, alcuni soldati , probabilmente in arrivo da Ikrail, con i lustrini del “dodicesimo battaglione” bene in vista; erano gli artefici della luce, il top del “Gruppo Genieri di Antar”.
Percorse gli ultimi metri davanti a loro, sentendo distintamente i commenti che la riguardavano, in fondo erano uomini come gli altri e quel tipo di complimenti poteva solo essere apprezzato.
Al centro di controllo, mostrò la tessera dell’Università, subito rifiutata dal responsabile militare, che la fulminò con lo sguardo.
- Se non la prende con una mano, - disse lei, ironica - e non la infila nel lettore, non saprà mai se è abilitata per Oky... non le sembra?-.
- Nessun “pass” di questo tipo, può accedere alla zona proibita.-.
- Ne è tanto sicuro da rischiare una pessima figura?-.
L’uomo sbuffò ed eseguì l’operazione, restando allibito dal risultato. - Mi scusi Dottoressa Berger, - disse, cambiando istantaneamente l’espressione - non ero al corrente della sua identità!-.
- Non fa nulla, ma stia più attento, un altro, al posto mio, non avrebbe avuto la stessa reazione.-.
Non gli diede il tempo di replicare, riprese la tessera e si diresse verso la navetta in attesa; era la prima volta che andava a Oky.
I soldati entrarono nello scompartimento qualche minuto dopo di lei, giusto il tempo per prendere posto e, scandita dal decrescere di una fila di segnalazioni digitali, la velocità aumentò rapidamente, raggiungendo il picco massimo, sicuramente molto più alto che nei trasporti civili.
Fyn abbassò lo schienale, cercando di mettersi comoda, doveva recuperare almeno un altro turno di riposo e quello era il momento migliore per farlo.
Più tardi, qualcosa turbò il suo sonno, lasciandola in una fase intermedia, in cui i rumori continuavano ad essere percepibili.
Udiva distintamente i discorsi dei suoi compagni di viaggio, non che fossero particolarmente interessanti, ma era incuriosita dalle parole di uno di loro, quasi colte al volo, “Ikrail dovrà fare uno stop entro ottocento ore”.
Fyn sapeva che la centrale nucleare a scissione non poteva essere fermata, senza che le tenebre tornassero padrone del pianeta; era successo una sola volta, dal giorno che entrò in funzione.
Continuò ad ascoltare quell’insieme di parole convulse, esaltanti espressioni di ragazzi che tornavano da un ciclo di lavoro molto duro, ed ora liberi di dedicarsi alla più futile delle occupazioni, attesa per quattro lunghi mesi. Seppe tutto di loro, nelle prime due ore di viaggio, ma nulla riportò il discorso sulla fabbrica della luce, il resto era ininfluente.
Fyn decise di interrompere il suo finto sonno e cominciò a partecipare ai loro discorsi, conquistando facilmente la loro fiducia. Si accorse che veniva trattata con molta considerazione, ma non riusciva a coglierne la vera ragione finché, nell’euforia dello scherzo, uno dei ragazzi si lasciò sfuggire una battuta, riguardante l’espressione di sorpresa del responsabile militare di Yokada, all’atto del controllo della tessera universitaria.
Capì che, in qualche modo, suo padre l’aveva classificata con un livello molto alto e, probabilmente, era stata erroneamente scambiata con qualche importante personaggio della Sicurezza Nazionale.
Attese il momento giusto, poi portò la discussione sulle ferree regole di Ikrail e buttò lì una provocazione: - Non vorrei trovarmi nello stesso scompartimento con voi, quando finalmente la notte tornerà su Antar... non credo che ne uscirei indenne.-.
- Saremo l’ultima generazione a vivere un black-out totale, - affermò uno dei soldati - poi, nemmeno un guasto al reattore, potrebbe più lasciarci senza luce.-.
- Sarebbe bello riuscire ad organizzare una festa per quella occasione... trattandosi di un evento unico, sarebbe un peccato sprecarlo!-.
- Questa è un’idea eccezionale, Dottoressa Berger, se ci dà un suo recapito, le faremo pervenire un invito... - disse il più intraprendente di loro - io mi chiamo Steve, sarò lieto di venire a prenderla personalmente.-.
- Il mio lavoro mi impedisce di dare informazioni di questo tipo, - rispose Fyn, faticando a mantenersi seria - ma nulla mi vieta di prendere nota del tuo, purché non debba incorrere nelle ire della tua ragazza.-.
- Non c’è pericolo... io, dopo il rilascio del “certificato civile”, - continuò Steve, prendendo posto accanto a lei - andrò a vivere a Kampor... da solo.-.
- Allora ci conto... non cambierai idea?-.
- Non scherzare, - disse Steve, scrivendo su un biglietto il proprio numero di telefono - come potrei dimenticarmi di una donna come te!-.
- Per quanto sia grande Antar, - pensò Fyn - un imbecille, che ti fa la corte, lo puoi proprio trovare ovunque...-.
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