Romanzi erotici e racconti erotici di Abel Wakaam by RossoScarlatto
Abel Wakaam
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Genere avventura
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1° Dugi Otok, oltre il flusso della marea.
Zimbabwe - Africa meridionale -

L'orizzonte riempì lo sguardo di Sara sino a confonderle i pensieri. Mai i suoi occhi si erano persi in spazi così ampi, e nemmeno la mente aveva saputo immaginare l'esistenza di luoghi dove si possa percepire l'infinito.
Africa, immane terra senza confini, dove il respiro si perde nell'aria inquieta e la natura appare come dominatrice incontrastata di un mondo in cui l'istinto domina la ragione.
La jeep saltellava sulla pista di terra battuta lasciandosi alle spalle una nuvola di polvere bianca, umile sfida all'azzurro sontuoso del cielo, solcato da un alito di vento caldo.
Alla guida c'era Milla, un militare del parco, vestito della sua sgargiante mimetica, gli occhi nascosti dalle scintillanti lenti a specchio, la pelle arsa dal sole allo zenit.
Quaranta miglia di strade sconnesse, ne sarebbero bastate un paio per ridurre le due donne alla resa, ma non c'era altro modo per raggiungere le rovine dello Zimbabwe, antiche quanto l'uomo, misteriose come l'Universo.
Sara si reggeva a stento, per tutto il viaggio aveva pregato che quella tortura finisse, ed ora che la meta pareva alla sua portata, non riusciva nemmeno ad apprezzarne la vista.
Con lei c'era Noela Agadir, un'interprete del governo, incaricata di accompagnarla sino al villaggio, dopo averla prelevata all'aeroporto.
Il motore si ammutolì di colpo, intorno all'auto si fece ressa all'improvviso, decine di bambini dai grandi occhi dolci, denti bianchi sulle bocche colorate dal sorriso.
Si guardò intorno, il villaggio era un insieme di capanne sgangherate, niente alberghi, niente piazze, la civiltà non era che un ricordo lontano. Milla prese una delle valige, la più grossa, il resto del bagaglio fu diviso tra quell'orda di piccole mani che, senza nessun ordine impartito, capirono immediatamente qual fosse la cosa migliore da fare.
Tutti in fila, in un vociare confuso, e poi su, lungo il sentiero, dove gli alberi di mango si facevano più fitti. Non voleva crederci, era in Africa! Lontana un migliaio di chilometri da un negozio del centro, proprio lei, che mai avrebbe pensato di lasciare le grandi metropoli americane.
Cercò di togliersi di dosso la polvere sbattendo il cappello sui vestiti, gesto inutile quanto divertente per lo stuolo di ragazzini che la seguivano.
Quando alzò lo sguardo restò incantata dalla visione che le si parò davanti, ciò che le apparve in cima alla collina era incredibile quanto insperato: una casa in stile coloniale, ricoperta interamente di legno opaco, dipinto in colori pastello. Il tetto era a due falde, rosso come il fuoco, si apriva sui lati abbracciando il balcone del piano superiore, così stretto e lungo, da ricoprire l'intera facciata. Sotto, rialzata da terra di qualche gradino, un'ampia terrazza si sporgeva verso gli alberi, contornata da un candido steccato, confine tangibile tra due mondi così diversi.
Milla pose la valigia davanti al cancelletto chiuso, lo stesso gesto fu ripetuto immediatamente dai bambini del villaggio, e solo Noela osò oltrepassare quella soglia, facendo chiari cenni a Sara perché la seguisse.
Pochi passi e il silenzio tornò a riempire la scena, solo lo scricchiolio delle assi del pavimento osò accompagnarla verso la porta d'ingresso dove l'attendeva una robusta domestica di colore, addobbata in un ridicolo costume d'altri tempi.
- Sono la Dottoressa Connor, - sussurrò Sara, scandendo lentamente le parole - sono qui in visita al Professor Klyne… sono venuta da un paese che si chiama Stati Uniti d'America.-.
- Io sono Emma, - rispose sorridendo la donna - conosco il suo paese, sono nata a New Orleans, Louisiana, sulle sponda meridionale del Mississippi.-.
- Io invece vengo dal Maine… Portland, è buffo percorrere tanta strada ed incontrare un'Americana così lontana da casa!-.
- La mia casa è questa, i miei avi sono partiti da qui… per me l'America non è mai stata una patria.-.
- Scusami, - continuò Sara, stringendole la mano - era solo un modo per rompere il ghiaccio.-.
- Non stia a preoccuparsene, nemmeno gli abitanti del villaggio mi considerano una di loro; venga… le faccio vedere quale sarà la sua camera.-.
La seguì senza aggiungere altro, su per le strette scale lucide e pulite, chiedendosi quale destino avesse portato quella donna a tornare nella terra dei suoi sogni, per poi continuare il suo lavoro di sempre.
Il sole precipitò in un baleno verso la linea ininterrotta dell'orizzonte, lo vide affogare dietro i rami degli alberi più alti, tenebrose braccia tese alla notte, pronta a fare il suo ingresso trionfale, tanto buia e tenebrosa, quanto luccicante di stelle.
Due fari dondolanti comparvero nell'oscurità, il vento portò l'odore della benzina incombusta ancor prima che si potesse udire il brontolio sordo del motore della jeep, Emma uscì sulla terrazza con una lanterna tra le mani. - Stanno arrivando! - gridò verso la cucina, e la casa si ravvivò di nuovo fervore, ognuno ai suoi compiti per approntare la cena.
Quella sera Sara non scese, il sonno la rapì nel suo impercettibile oblio, trascinandola fin dove i pensieri si fondono nel sogno, per restituirla ai primi chiarori dell'aurora, nel frusciare allegro della vita che si risveglia dal torpore della fredda notte africana.
Guardò dalla finestra scostando appena le tende a fiori, sulla terrazza c'era una tavola apparecchiata per la prima colazione, una tovaglia rossa su cui faceva bella mostra un vaso ricolmo di grandi fiori dai colori sgargianti.
Scese con calma le scale, uscì all'aperto e percepì sulla pelle il primo sole del mattino, raggiunse la tavola e si accomodò sulla poltroncina di vimini, poi si sedette sul soffice cuscino imbottito, mentre una delle domestiche la raggiunse portando un grosso piatto colmo di frutta.
Sara ringraziò e la donna se n'andò via veloce com'era arrivata, senza nemmeno darle il tempo di chiedere cosa fosse quel ben di Dio dal profumo esotico e invitante.
Il frutto era già preparato a dovere, la buccia rovesciata e la polpa gialla incisa a reticolo, affinché si potesse prendere elegantemente con le mani e gustarne quel sapore dolce ed acidulo, cercando di trovarne la similitudine con qualcosa di più nostrano.
Era un insieme di sensazioni diverse; pesca, fragola o melone, tanto da chiedersi se non ci fosse una macedonia, nascosta in quella buccia liscia e setosa, una specie d'ingegnoso inganno preparato da un fantasioso cuoco del posto.
Prima che potesse capire cosa fosse, il suo sguardo incontrò sulle fronde dell'albero che gli stava davanti proprio la risposta che cercava.
- E' un mango, - disse qualcuno alle sue spalle - ma chiunque non l'abbia mangiato in terra africana ne sarà certamente rimasto deluso. Una volta colto, deve essere consumato a breve termine, altrimenti il suo gustoso sapore si dissolve e ciò che ne resta non vale nemmeno la pena d'essere assaggiato.-.
- Grazie della lezione, - rispose Sara, voltandosi verso quel giovanotto muscoloso - sono la Dottoressa…-.
- So benissimo chi è lei, la stavamo aspettando con ansia, il Professor Klyne ci ha parlato molto del suo lavoro.-.
- … e tu sei uno dei suoi assistenti?-.
- Mi chiamo Sean, sono una delle guardie del campo… da oggi sarò la sua ombra, il mio compito è quello di occuparmi di lei.-.
- Occuparti di me?-.
- Sì! Sarò la sua guida… il suo autista, e tutto quanto possa servire a farla sentire a proprio agio… sono a sua completa disposizione, pronto ad ogni suo desiderio… ventiquattr'ore su ventiquattro!-.
- Credevo fosse Noela a lavorare con me, l'unica cosa di cui dovrei aver bisogno è un interprete!-.
- Io parlo correttamente la lingua locale.. e poi credo d'essere più utile… e interessante.-.
- In che senso?-.
- Sarà più sicura con me a fianco, siamo in Africa non lo dimentichi; al minimo timore può ripararsi tra le mie braccia.-.
- C'è solo una cosa che vorrei aggiungere, - disse Sara - e gradirei non doverci tornare sopra: io sono una donna sposata, sono venuta qui solo per lavorare… per cui, se mai ci avessi pensato, cancella ogni strana idea che ti è passata per la testa!-.
- Stia tranquilla, - rispose ridendo il ragazzo - non sono io il pericolo da cui deve guardarsi.-.
- Scusami… non ce l'ho con te, ma preferisco evitare sin dall'inizio ogni possibile equivoco.-.
Sean annuì, poi la salutò con un cenno della mano e si congedò in tutta fretta, allontanandosi in direzione del villaggio.
Sara lo seguì con lo sguardo stizzita da quel suo fare arrogante, tipico atteggiamento di chi sa d'essere piacente, e lui certamente lo era. Non accettava di essere corteggiata al primo impatto, non era abituata all'idea, e nemmeno voleva sentirsi ossessionata dall'essere l'unica donna del campo, o almeno l'unica che poteva suscitare un certo interesse tra gli uomini presenti.
Terminata la colazione, raggiunse Emma in cucina incuriosita dal fatto di non aver ancora incontrato il Professor Klyne.
Apprese dalla donna che il gruppo di ricerca era partito di primo mattino, non l'avevano disturbata perché sapevano del suo faticoso viaggio d'arrivo e l'avevano lasciata riposare, incaricando Sean di condurla sul luogo degli scavi.
Appena riuscì ad organizzarsi, cercò la sua giovane e aitante guida e la ritrovò sdraiata sui sedili della jeep, lo sguardo beffardo nascosto dietro la solita espressione scanzonata.
- Possiamo andare, - gli disse, gettando svogliatamente lo zaino nel polveroso bagagliaio - gradirei una guida dolce e rilassante, gli scossoni mi rendono nervosa.-.
- Allora sarà meglio che faccia venire un elicottero, altrimenti finirà per suicidarsi entro una settimana… qui le strade sono un lusso che non ci si può permettere.-.
- Credo sia una buon'idea, chiamerò oggi stesso per richiedere questa soluzione, non ho nessuna intenzione di passare il mio tempo a rompermi la schiena su questo trabiccolo!-.
Sean sorrise, pensava che quella sortita fosse una reazione al loro battibecco del mattino, non sapeva quanto la sua passeggera contasse negli ambienti scientifici mondiali.
Per tutto il viaggio la scrutò di nascosto attraverso le lenti scure, affascinato dalla sua femminilità, inebriato dal profumo di quella pelle fresca, sensuale richiamo che gli scossoni agitavano sotto il cotone leggero della maglietta bianca, appena in vista tra i bottoni slacciati della sahariana verde mela.
Un imponente cordone di sicurezza fece intuire a Sara che stavano per raggiungere l'area degli scavi e la presenza di numerosi militari sul posto le diede la certezza di essere in procinto di assistere a qualcosa d'eccezionale.
Al centro del campo si ergeva un’imponente costruzione di tubi metallici, un enorme pallone sospeso da un telaio lucente che costituiva il punto di riferimento di tutta l’area interessata agli scavi.
Parcheggiata in qualche modo la jeep tra una serie di baracche ordinate in una lunga fila rivolta a sud, Sean condusse la donna verso il tunnel di tela che conduceva all’ingresso; intorno non c'era altro che deserto, e mancava il benché minimo segno di una qualsiasi attività, tanto da chiedersi dove si fossero nascosti gli archeologi che vi lavoravano da oltre dieci anni.
L’unico rumore era un borbottio lontano, giungeva attutito trasportato dal vento secco e rovente, mentre l’aria sotto al tunnel si fece subito irrespirabile.
- Sembra di essere in una sauna… - sospirò Sara.
Il ragazzo le sorrise divertito, facendole credere che il peggio doveva ancora venire, lei mostrò indifferenza, ma era già al limite della sopportazione.
Superata una prima porta di plastica, la situazione migliorò decisamente e l’ingresso nella grande cupola di tela riportò entrambi in un clima nettamente più favorevole.
Un termometro legato alla struttura segnava un temperatura prossima ai trenta gradi, un flusso d'aria forzata si innalzava da un tubo che compariva da sotto la sabbia; l’umidità era molto contenuta, tanto da far sopportare con facilità le condizioni climatiche che si erano create sotto alla tenda.
Al centro di quel inusuale laboratorio c’era una grande fossa scavata ad una decina di metri sotto al livello del suolo, per accedervi si doveva usufruire di una serie di scale che scendevano sulle pareti sabbiose e tutto appariva come un’insolita corte medioevale, con gli spalti a far da corona a quel palcoscenico brullo, dove gli scienziati si muovevano goffi nelle loro tute di stoffa candida.
In mezzo a loro, il Professor Klyne dirigeva i lavori con grandi cenni delle mani, insisteva continuamente nel raccomandare la calma, leader indiscusso con un grande ascendente su ricercatori che mostravano di tenerlo in grande considerazione.
Sean lo chiamò e lui subito si voltò nella loro direzione, invitandoli a raggiungerlo nei pressi di un tavolo impolverato, dove le mappe, gli appunti e chissà che altro, convivevano con le lattine di birra ammonticchiate alla rinfusa.
Bill Klyne non aveva la faccia dell’archeologo, era un Texano dai lunghi baffi grigi. Per i suoi modi, oltre che per l'aspetto, gli addetti al lavoro lo avevano soprannominato "Buffalo Bill", e lui fingeva di non gradire il soprannome, anche se non lo disdegnava affatto.
Mentre Sara scendeva al livello degli scavi, il Professore impartì un'ultima serie di disposizioni agli uomini impegnati a ripulire il suolo dalle particelle di sabbia, e raggiunse la sua graziosa ospite, dispensandole una calorosa accoglienza. - Benvenuta nella culla del Mondo, - disse, aprendosi in un gran sorriso - sei la prima donna a mettere piede su questo sigillo.-.
- Non se sia così entusiasta… Professor Klyne, - rispose Sara, cercando di raffreddare ogni euforia - lei sa che non condivido le sue teorie!-.
- Chiamami Bill, il nostro è un gruppo che non si perde in inutili convenevoli, e credo che persino tu ne saprai apprezzare la concretezza… c'è un motivo preciso per cui ti ho voluto al mio fianco.-.
- Allora… Bill… sappi che non sono disposta a lasciarmi convertire alla tua impresa, non sono il tipo che si vende per un posto al sole.-.
- Rilassati, - l'avvertì il Professore - se è vero che ti ho voluta nel mio staff perché tu possa cambiare il giudizio negativo che ti spinge ad attaccarmi su tutti i fronti, è altrettanto vero che non forzerò le tue convinzioni, ma lascerò che tu possa analizzare ogni fase della mia scoperta, discutendone personalmente anche il più piccolo dettaglio.-.
- Siamo troppo diversi… non funzionerà! Io punto da sempre sulla realizzazione pratica di ogni teoria, in questo caso mi risulta impossibile effettuare la prova incontrovertibile che determini la veridicità dell'intero lavoro; è per questo che la Comunità Scientifica Internazionale mi ha accolto tra le sue fila, sanno che non mi lascio mai trarre in inganno dalle luccicanti scoperte senza una base concreta.-.
- La mia considerazione su di loro è pari a quella che un ateo poteva avere della Santa Inquisizione; il tempo ci ha dimostrato che la verità non è mai un pericolo da cui fuggire.-.
- Già, - ribadì Sara - ma il problema è stabilire da quale parte attingere la verità.-.
- Il mio unico timore era la possibilità che tua assuefazione alla loro immobilità mentale fosse irremovibile, ma ora sono convinto che la tua testardaggine non possa essere sfruttata per smontare a priori le teorie che non concordano con la realtà accertata… il vero problema è che finora ti sei imbattuta esclusivamente in imprese di poco conto, in fantomatiche scoperte che nulla avevano a che fare con la scienza.-.
- Tu credi che mi abbiano usato solo perché servivo la loro causa e sei così convinto di questo da rischiare il mio giudizio sulla tua teoria? Non capisco cosa speri di ottenere… proprio non lo capisco!-.
- Dimentica per qualche tempo il tuo ruolo, lo so che ti hanno accordato il permesso di venire qui con il duplice scopo di fingere di assecondarmi e di distruggermi. Non mi importa quanto siano radicati i tuoi pregiudizi, e neppure scoprire per quale raccomandazione tu abbia avuto il posto che ricopri. Tu sei l'unica astronoma che a trent'anni sia in grado di tracciare l'orbita di un corpo celeste, seguendo per qualche giorno il suo spostamento nell'Universo; prima di te ci volevano degli anni, non puoi essere così ottusa da non vedere cosa ci sia sotto a questa sabbia!-.
- Non sono un genio, - gli rispose Sara - ho solo avuto la fortuna di nascere in un'epoca in cui il più complicato dei modelli matematici può essere elaborato da un computer quasi in tempo reale, io ho solo trovato la scorciatoia per ridurre ulteriormente questo tempo.-.
- Sei anche stata la prima donna a ricevere un "Nobel" quando ancora le tue compagne di Università stavano perdendo tempo in una sala da ballo…-.
- Io invece ho perso gli anni migliori della mia giovinezza, e mi ritrovo adesso ad invidiare la loro felicità!-.
- Sono due modi diversi di concepire la vita, - affermò Bill - anche tu sei stata felice… e sai che lo sarai ancora, un divorzio non può condizionarti per sempre.-.
- Questo è un argomento che non ho nessuna intenzione di discutere con te… dov'eravamo rimasti?-.
- Al motivo per cui ti ho voluto qui: ho l'assoluta necessità che tu riesca a calcolare la più smisurata orbita in cui ti sei mai cimentata, e dovrai farlo in un tempo assai limitato, o dovremo attendere altri quattro anni per riprovare.-.
- Quanti giorni ho a disposizione?-.
- Novantadue, - rispose il Professore - ma dovrai farlo in molto meno, ne servono almeno venti per prepararci all'incontro.-.
- Non aggiungere altro, - lo avvertì Sara - non voglio sapere qual è lo scopo, potrebbe rovinare le mie convinzioni!-.
Eppure lei conosceva bene le teorie del Professor Klyne, uomo considerato come un fanatico persecutore dell'assurda tesi che voleva la comparsa della specie umana sulla Terra, come frutto del passaggio di una cometa.
"Seminatrici di vita", così le chiamava da sempre, ma il suo carattere scontroso e l'assoluto disprezzo per la Comunità Scientifica Internazionale, l'aveva portato al bando di quello che ora considerava soltanto come un ostinato accanimento nei suoi confronti.
Nei suoi sogni c'era una cometa, anzi, l'orma della sua scia che era rimasta visibile dopo l'impatto con uno dei tanti pianeti incontrati nella sua corsa attraverso l'Universo. Ciò che ne era rimasto, ora era ben visibile sui sensibili strumenti che la tecnologia del telescopio spaziale metteva a disposizione degli scienziati contemporanei.
Quello che appariva strano, era che Klyne la conosceva da sempre; come se sapesse con certezza che quell'orbita fantasma fosse lì da tre millenni, come se fosse stato presente al drammatico momento della sua prima volta.
Ora cercava di ricostruirne la rotta, voleva capire quale fosse il suo legame con la Terra, voleva scoprire quante volte il nostro pianeta ne aveva attraversato la scia, prima e dopo la sua prematura scomparsa.
Una cometa sfuggita dal nido comune in cui tutte sembravano essere custodite, come un pugno di grano gettato nel cielo nero dell'infinito, affinché potesse germinare laddove un mondo fosse pronto per esserne fecondato, così che migliaia di steli potessero nascere dalla stessa pianta, ed ognuno di essi potesse adattarsi e colonizzare luoghi completamente diversi tra loro.
Affascinante teoria, purtroppo in netto contrasto con le attuali conoscenze, senza la minima probabilità di essere provata, e forse per questo ancora più avvincente.
- Ogni quattro anni colpisce il nostro pianeta, - spiegò il Professore - ogni millequattrocentosessanta giorni, più uno, la sua energia attraversa per intero il nostro globo, trafiggendolo da parte a parte come fosse uno spiedo, lasciando un'impronta indelebile che è qui davanti ai tuoi occhi!-.
- Non voglio discutere su questa storia, - ribadì Sara - ma accetto di effettuare il calcolo della sua orbita a patto che sia un confronto senza pregiudizi, il mio lavoro non dev'essere in alcun modo etichettato come una conferma alla tua tesi.-.
- Possiamo affermare che abbiamo tra le mani i capi opposti della stessa corda, per quanto sia difficile ammetterlo, è inevitabile che ci troviamo legati l'un l'altro!-.
- Va bene, cosa vuoi che io trovi?-.
- … il percorso esatto della scia della cometa, - rispose Klyne - null'altro!-.
- Non è tutta la verità, tu vuoi che ti dica dov'è l'altro polo del suo percorso.-.
- Sei arguta, mi avevano anticipato la tua competenza, ma non credevo fossi così preparata; ora capisco come sei arrivata a certi risultati… come hai capito ciò che volevo?-.
- Hai detto che il luogo del suo impatto con la Terra è qui davanti ai miei occhi, se vuoi la sua rotta dobbiamo tenere conto di quest'unico punto perché è la sola realtà conosciuta; sono realista, lo sai, come potrei non intuire che stiamo cercando la posizione geografica da cui fuoriesce dal pianeta!-.
- E' vero, - ammise il Professore, aprendo la polverosa mappa che stava piegata sulla sua scrivania - è proprio questo ciò che volevo da te.-.
- Perché?-.
- Non te l'ho detto perché non volevo confonderti…-.
- Non era questa la domanda… perché cerchi quel punto?-.
- Hai detto che non volevi sapere altro; hai già cambiato idea?-.
- No, - continuò Sara - ma mi incuriosisce questo tuo interesse così terreno, credevo che ti occupassi solo di stravaganti teorie sulla genesi di questo mondo.-.
- Trova la via di fuga e ti racconterò tutto il resto, - sorrise Klyne - non meriti ancora di conoscere i particolari di uno studio che è costato trentasette anni della mia vita.-.
La mappa sulla scrivania mostrò il disegno oscuro dell'Universo conosciuto, un gigantesco ellisse lo percorreva per tutta la sua estensione. Era l'orma della cometa, un'interminabile corridoio che si snodava tra il brillare delle stelle, percorso dall'energia cosmica lasciata libera dalla forza dell'impatto, come se un interminabile moto continuasse all'infinito la sua corsa, trascinando con sé la sua immensa forza d'urto.
Sara si sedette di fronte al potente computer che aveva generato la rappresentazione grafica, sorrise costatando l'inadeguato programma di calcolo usato per realizzarla, poi tolse il suo portatile dalla custodia, lo collegò all'interfaccia dati e cominciò il lento trasferimento delle coordinate spaziali. Controllò che lo scambio di informazioni tra le macchine avvenisse senza problemi, tutto procedeva per il meglio, ma ci sarebbero volute parecchie ore per completare l'intera operazione.
Incuriosita dal lavoro degli scienziati, scese al livello degli scavi e raggiunse quella piattaforma scura che si faceva largo tra la sabbia dorata, una roccia compatta e rugosa, che gli inservienti continuavano a ripulire da ogni impurità.
- Deve mettersi gli appositi calzari, - la avvertì uno di loro - altrimenti vanificherà intere settimane di fatica, le suole delle sue scarpe provocherebbero danni immensi.-.
Sean la raggiunse, aprì lo zaino e la rifornì di tutto l'occorrente, così che potesse calpestare tranquillamente quello strano suolo brunito, su cui pareva scolpito un immenso mosaico roccioso. Appena vi fu sopra, si inchinò verso il basso e lo sfiorò con le dita ricoperte dai sottili guanti plastificati, traendone una sensazione incomprensibile.
- E' granito?- chiese, portandosi la mano verso il naso per annusarne l'odore.
- No, - le rispose Andrei, uno dei ricercatori - è sabbia che si è vetrificata, la sua struttura molecolare ha subito un notevole cambiamento, ha una resistenza simile all'acciaio e la porosità di una spugna.-.
- Cosa l'ha ridotta così?-.
- Non abbiamo una risposta certa… probabilmente si è trattato di energia, ma non nel senso esatto del vocabolo, o almeno non così come noi lo intendiamo.-.
- Strano, - continuò Sara - avrei scommesso che la causa fosse stato un immenso calore, cosa vi ha portato a escludere questa ipotesi?-.
- Questo, - rispose l'altro, rovesciando parte della sua borraccia al suolo - assorbe come se tra i granelli fosse rimasto uno spazio incolmabile, le prove fatte col calore rendono impermeabile il substrato.-. L'acqua sparì in poco più di un secondo, lasciando la superficie asciutta come se nulla fosse accaduto.
Nessuna forma di energia conosciuta poteva agire in quel modo, un dubbio assalì Sara: e se quella roccia fosse sempre stata così?
- So quello che stai pensando, - disse il Professor Klyne, comparendo alle sue spalle - ma ti sbagli… e questo posso provartelo.-.
- Provaci, - rispose la donna, alquanto dubbiosa - ma non cercare di imbrogliarmi.-.
- Tutti gli oggetti che abbiamo depositato all'interno di quest'orma, hanno subito lo stesso trattamento, ho una splendida collezione di piatti e scodelle che non trattengono nessun liquido al loro interno.-.
- In quanto tempo è accaduto?-.
- Ottantadue secondi… credo sia superfluo aggiungere che tutto è avvenuto durante l'impatto.-.
- Spiegati meglio, - sussurrò Sara - non c'è nulla di logico in tutto questo.-.
- E' la nostra logica che deve essere adattata all'Universo e non il contrario; ogni quattro anni, qui, avviene la stessa cosa.-.
- Quando esattamente?-.
- La matematica resta comunque una scienza esatta… tu cosa dici?-.
- C'è un solo giorno che può avere una cadenza quadriennale, è il ventinove di febbraio dell'anno bisestile!-.
- Brava, - confermò Klyne - ma questo per te è stato un gioco da ragazzi, eppure noi ci abbiamo perso un decennio.-.
- Voglio vedere quegli oggetti, sono sicura di trovare una spiegazione.-.
- Fatti accompagnare da Sean nel laboratorio, là potrai cercare tutte le spiegazioni che vuoi.-.
Ci andò quel pomeriggio stesso, la sua mente non riusciva a rendersi conto esattamente di quello che si andava profilando sotto ai suoi occhi, era come se fosse sbarcata su un altro pianeta, dove tutto appariva troppo strano per essere vero.
Il laboratorio era una costruzione di pannelli coibentati, rivestiti di celle solari e alluminio, un luogo tecnologicamente molto avanzato, di un centinaio di metri quadrati.
Davanti all'unica porta, stazionavano due militari armati; la sicurezza innanzi tutto!
Appena entrata, avvertì il contatto della mano di Sean sul suo braccio, - Non ho bisogno di essere guidata… - esclamò, un istante prima di cadere pesantemente a terra.
- Non sono il maniaco che turba i tuoi sogni, - commentò ridendo il ragazzo - volevo solo evitare che tu finissi per inciampare nella battuta della porta; è sollevata da terra per permetterne la chiusura stagna, qui la sabbia si infila dappertutto!-.
- Stammi comunque lontano, - rispose Sara, rialzandosi nervosamente - e se proprio vuoi avvertirmi, usa semplicemente le parole.-.
- Va bene, cara la mia Dottoressa… non credevo che un divorzio potesse ridurre una donna in questo stato!-.
- Che ne sai tu dei miei fatti privati, fa parte anche questo delle precauzioni che avete preso per tutelarvi da ogni estraneo?-.
- Ho semplicemente ascoltato il tuo colloquio con Bill, - continuò Sean, alzando le braccia in senso di resa - se non ti dai una calmata, finirai per rovinare il resto della tua vita.-.
- La mia vita è già rovinata, altrimenti non avrei accettato di venire in questo posto fuori dal mondo.-.
- Quando capirai veramente cosa ti aspetta qui… allora sì che troverai un nuovo scopo per cui andare avanti.-.
- Va bene, - annuì Sara - ma non provarci con me, è l'unico modo che ti resta per avere un'altra occasione.-.
- Non capisco…-.
- Mettimi ancora una mano addosso e ti strappo l'unica cosa che ti sta a cuore!-.
- Cos'è… una scusa per toccarmi?-.
La reazione della donna non si fece attendere, si girò veloce come un fulmine e colpì il ragazzo con una poderosa ginocchiata tra le gambe, costringendolo al suolo tra le urla soffocate di dolore. Uno dei militari alla porta fece irruzione nel laboratorio imbracciando il mitragliatore, - Tutto a posto, - spiegò Sara, ridendo - ho provveduto da sola a fermare il mio aggressore!-.
Detto questo, cominciò ad aggirarsi tra i reperti come se nulla fosse accaduto, lasciando che Sean si trascinasse tra gli scaffali con il corpo piegato in due dalla sofferenza.
C'era di tutto in quel laboratorio, centinaia di oggetti dalla foggia più disparata, materiali diversi catalogati disordinatamente con un cartellino scolorito, piante di varie dimensioni, piccole gabbie con topi dalla lunga coda; qual era lo scopo di quell'esperimento?
Prese col palmo della mano dell'acqua dal rubinetto gocciolante che sporgeva sopra il lavabo, la fece scorrere dentro un calice di cristallo appoggiato tra gli altri in bella vista, il risultato fu esattamente quello che si aspettava: la porosità era così elevata che il liquido non poté far altro che scivolare lungo il sottile gambo, per finire la sua corsa sul polveroso piano di appoggio.
Fece la stessa cosa con una pentola, con una brocca di terracotta e con un vaso di porcellana, la conclusione non cambiò, qualcosa di tremendo aveva cambiato la struttura molecolare degli oggetti.
- Strano vero?- sussurrò Sean, con ancora una smorfia sul viso - Se non l'avessi visto coi miei occhi non ci avrei mai creduto.-.
- Tutto questo è avvenuto durante quello che Bill chiama "l'impatto" ?-.
- Succede una volta ogni quattro anni, quello che hai davanti, sono i reperti delle ultime due collisioni con la scia della cometa… strabiliante vero?-.
- Sì… straordinario… ma io non ho potuto vederlo coi miei occhi.-.
- Di divorziate ne ho conosciute tante, - continuò Sean, portandosi prontamente ad una distanza di sicurezza - ma di fanatiche diffidenti come te, questa è proprio la prima volta!-.
- Ti stai sbagliando, - rispose Sara, mostrando chiaramente di non volere infierire - almeno in una di quelle tre categorie, ancora non faccio parte.-.
- Non sei fanatica o diffidente?-.
- Non sono divorziata.-.
- Non dirmi che fingi di esserlo per ingannare i bravi ragazzi come me!-.
- Stai tranquillo… se non l'ho ancora fatto è perché non ne ho ancora avuto il tempo.-.
- … cos'è successo, all'improvviso hai capito cosa significa aver sposare un uomo di vent'anni più vecchio di te? Dovevi capirlo… non avrebbe mai potuto reggere i tuoi ritmi!-.
- Infatti l'ho trovato nel mio letto con un'altra che aveva la tua età… quel bastardo non si è nemmeno preso la briga di portarla in una stanza d'albergo…-.
- Come hai fatto a sorprenderlo, sospettavi di lui?-.
- No… mi sono presa una mezza giornata di libertà per preparargli una sorpresa per la cena… era il giorno del nostro quinto anniversario di matrimonio…-.
- E poi dicono che gli uomini sono senza fantasia, - scherzò Sean - la sua sorpresa è stata decisamente più forte della tua!-.
- Non riderci sopra… per me è stata una cosa maledettamente seria.-.
- Immagino che la tua reazione non sia stata delle più tranquille, visto quello che mi hai fatto per averti semplicemente sfiorata.-.
- A volte non si trovano nemmeno le parole…-.
- Vuoi un consiglio da uno che non gli mancano mai?-.
- Dimmi…-.
- La cosa peggiore che potresti fargli è ripagarlo con la stessa moneta… se vuoi sono a tua disposizione sin da questo momento.-.
Sara sorrise, - Non ti vedo in buone condizioni, - rispose, scuotendo bonariamente il capo - non posso tradirlo con un invalido.-.
- Ti assicuro che sto benissimo… sai, noi giovani abbiamo un recupero miracoloso, un attimo prima sembriamo in fin di vita, ma subito dopo torniamo delle belve.-.
- Te l'ho già detto, non provarci…-.
- Lo so che non lo ammetteresti mai, - continuò Sean, facendosi serio - ma io sono certo che non c'è nulla di meglio di un'altra storia per dimenticare quella di prima.-.
- Io non voglio dimenticarlo, - rispose Sara, lasciandosi prendere da un attimo di sconforto - Greg è comunque l'unico uomo della mia vita.-.
- Sei stata sfortunata a conoscerlo prima di me, io al suo posto non avrei mai commesso una simile cazzata.-.
- Così giovane e già così saggio… oppure solo un incorreggibile bugiardo.-.
- No, - aggiunse Sean, divertito - io avrei scelto la camera d'albergo!-.
Sara lo rincorse per tutto il laboratorio, ma l'altro si divincolò tra i tavoli con un'agilità sorprendente, finché riuscì ad imboccare la porta d'uscita, subito bloccato tra le braccia dei due militari.
Si avvicinò a lui lentamente, pregustando chissà quale vendetta, poi parve mostrargli indulgenza, ma lo illuse, lasciandogli un profondo graffio sulla gota.
- Dirò che lo hai fatto in preda alla passione, - rispose lui, cercando inutilmente di divincolarsi - userò questo segno come prova, e le due guardie mi faranno da testimoni, la mia onorabilità ne uscirà rinforzata…-.
Sara serrò il pugno e lo colpì con decisione in pieno viso, - Trova una spiegazione anche per questo - gli gridò, allontanandosi nervosamente - ti avevo avvertito di non passare la misura, non sono una ragazzina con cui giocare, e nemmeno sono disposta a farmi prendere in giro da uno come te. Dirò al Professore di procurarmi un altro autista… uno che abbia almeno il doppio dei tuoi anni, odio avere dei bambocci intorno, e tu sei il più stupido di tutti!-.
- Dovete comprenderla ragazzi, - aggiunse Sean, portandosi le mani al volto - è pazza di me ma non vuol ammetterlo, prima del prossimo impatto me lo chiederà in ginocchio… sono pronto ad accettare ogni scommessa.-.
Quella sera, Sara tornò al villaggio a bordo della stessa Jeep su cui viaggiava il Professor Klyne, la scusa fu quella di scambiare con lui le prime impressioni, ma tutti erano al corrente del suo litigio del pomeriggio e, se mai qualcuno ne fosse stato all'oscuro, l'occhio tumefatto del ragazzo non lasciava alcun dubbio.
I suoi pensieri erano confusi, divisi tra il dramma della sua vita e l'eccitazione per quella scoperta, mai si sarebbe aspettata di trovarsi di fronte ad un simile evento, inspiegabile quanto misterioso ed alquanto avvincente.
Conosceva da tempo le controverse idee di Bill Klyne, i suoi eterni contrasti con la Comunità Scientifica Internazionale, al punto di esserne espulso senza mezzi termini, in un burrascoso litigio in diretta televisiva che aveva fatto il giro del mondo. Tutta colpa delle sue convinzioni, della testardaggine con cui perseguiva la non facile teoria che l'uomo fosse figlio di una cometa, gelido grembo in cui la vita si diffuse per l'Universo, in netto contrasto con la più affidabile tesi dell'evoluzione. " Non siamo figli dei primati, ma dallo spazio profondo" erano state le parole con cui aveva chiuso ogni rapporto con la scienza tradizionale, e si era lasciato cullare dal suo improbabile sogno senza sbocco, un vicolo cieco, stretto, e a senso unico, in cui si era voluto cacciare per restare prigioniero del suo angolo più recondito. Eppure aveva trovato la scia indelebile della cometa, il flusso svuotato dall'ingombrante sagoma di ghiaccio e detriti, che come un'enorme aratro aveva continuato la sua interminabile corsa nello spazio senza fine, per tornare ogni quattro anni a soffiare nel deserto acre dello Zimbabwe.
Si chiese cosa l'avesse portato a cercarla proprio in quel luogo, ma le parve sensato pensare che Klyne la inseguisse da troppo tempo per confidare nella sola fortuna; quell'uomo le aveva certamente nascosto qualcosa.
Se i diversi materiali custoditi nel laboratorio erano il frutto di due impatti, si poteva azzardare che fosse a conoscenza di quel segreto da almeno dodici anni; perché mai non aveva ancora trovato la via di fuga? Era chiaro che il punto di arrivo dell'orbita della cometa sulla Terra comportava automaticamente che dall'altra parte del globo vi fosse un'area precisa da cui ripartire. Un'energia così smisurata non poteva essere interrotta nemmeno dall'imponente mole del nostro pianeta, ma se il punto d'impatto nello Zimbabwe raccoglieva da sempre i suoi minuscoli detriti, era corretto credere che, dall'altro lato, il processo doveva essere sicuramente inverso.
- Cosa stiamo cercando davvero? - domandò Sara, reggendosi alla Jeep travolta dagli scossoni.
- La verità! - rispose Bill, enigmatico come sempre - C'è sempre il modo di uscire da un vicolo cieco!-.
- Non da questo, siamo prigionieri del nostro tempo.-.
- Ti sbagli, - continuò il Professore - lo spazio ed il tempo assumono valori diversi a seconda del punto in cui si occupa un'area dell'Universo… i nostri minuti non hanno senso se trasportati in un'altra dimensione.-.
- Ma noi siamo fatti per vivere con queste regole, - affermò Sara - fuori dal nostro pianeta siamo solo cavie indifese senza una meta.-.
- I materiali che hai visto in laboratorio dimostrano che possiamo reggere l'impatto; all'interno di quella scia cosmica il tempo non conta, è pari a zero… questo è l'unico modo che abbiamo per viaggiare oltre i confini dell'infinito.-.
- Questo forse lo faranno i figli dei nostri figli, quello che tu stai studiando è solo la punta dell'iceberg, ci vorranno decine di anni prima di capire come sfruttare questa scoperta.-.
- Se tu riuscirai dove noi abbiamo fallito, - disse Klyne - al prossimo impatto ti proverò che siamo molto più vicini alla soluzione di quello che credi, si tratta solo di trovare quella dannata via di fuga.-.
- Tu conosci con certezza qual è l'apogeo dell'orbita della cometa?-.
- … lo presumo, ma a quella distanza posso sbagliare di miliardi di chilometri… però ho individuato una porzione di spazio in cui l'ellisse dell'orbita si inverte, potrai trovare tutte le informazioni domani, sul computer centrale.-.
- Un'altra cosa… - accennò Sara - devi togliermi da torno quel ragazzo; mi dà sui nervi.-.
- Cercherò di sostituirlo, ma ti avverto, gli altri non sono meglio di lui!-.
Quella notte non riuscì a dormire, i pensieri si rincorsero come le grida agghiaccianti degli uccelli notturni, squillanti sprazzi di luce nelle tenebre stellate, dove lo sguardo si perdeva a fantasticare oltre i sogni.
Lasciò la zanzariera candida che avvolgeva il grande letto a due piazze e si avvicinò al ronzante computer portatile che lavorava ininterrottamente da ore. Sul sottile monitor a cristalli liquidi si rincorrevano alcuni insetti alati, in una lotta per sopravvivere che la terra d'Africa accompagnava con il suo respiro naturale, mostrando di preferire l'istinto alla ragione; chissà quale complicata coincidenza aveva guidato quel luogo all'incontro con la cometa!
Sfiorò la piccola sfera che comandava la freccia chiara del mouse, i colori si impadronirono dello schermo in una frazione di secondo, liberando al suo sguardo la complicata grafica che mostrava la massa tonda della Terra divisa in una miriade di settori. Erano tanti quadrati luminosi accostati con precisione, evidenziati con diverse tonalità a seconda della percentuale con cui avrebbero potuto rivelarsi la probabile meta da raggiungere, una capocchia di spillo sperduta nel più immenso dei pagliai, così effimera e impalpabile… eppure reale.
Premette qualche comando sulla tastiera e l'immagine mutò radicalmente, ora era l'Universo ad apparire in tutto il suo mistero, ed il sottile anello schiacciato che mostrava l'orbita della cometa si andava pian piano delineando tra i minuscoli disegni del firmamento.
Lei sapeva che il calcolo sarebbe stato macchinoso e intricato, conosceva bene le complicate leggi dell'infinito, ma il suo programma aveva una particolarità a cui nessuno aveva mai pensato: si basava su un modello matematico che usava il tempo come correttore.
In pratica, elaborava uno studio simulando un match per migliaia di anni, muoveva i sistemi planetari e le costellazioni evolvendoli a velocità smisurata, poi li riportava all'indietro con un calcolo contrario sino al punto di partenza, valutando gli scostamenti con la posizione reale di ogni pianeta. Aveva intuito che l'unico modo di verificare l'esattezza di un'elaborazione era quello di confrontarla col il passato ed il futuro, in un movimento perfetto dove tutto doveva tornare senza scarti, riducendo ogni possibile errore ad un confronto con sé stesso.
In questo era stata aiutata dalla sorprendente velocità dei computer di nuova generazione, traguardi che soltanto un paio di anni prima parevano assolutamente irraggiungibili, ed ora apparivano come la base di partenza per obiettivi ancora più incredibili.
Un bit metallico attirò la sua attenzione, qualcosa di non previsto nella simulazione aveva interrotto l'evolversi del programma, e la causa lampeggiava sulla parte bassa dello schermo, indicando un'anomalia nel controllo di errore.
C'era qualcosa di strano nell'orbita della cometa, un corpo celeste aveva incrociato la sua scia, un minuscolo frame che emanava un segnale impercettibile, tanto lontano quanto sconosciuto.
Sara memorizzò la sua posizione, poi lasciò che il computer continuasse la simulazione, consapevole che qualcos'altro sarebbe accaduto; quell'evento non poteva essere che il primo di una lunga serie.
Registrò la data terrestre, il dato pareva semplicemente assurdo: correva l'anno 15.228 avanti Cristo.
Quando tornò a distendersi nel letto, già sapeva che si sarebbe dovuta alzare più di una volta, così scelse di procedere con l'esperimento senza interruzioni, programmando la macchina perché continuasse senza richiedere conferma ad ogni collisione.
La mattina successiva si svegliò con il timore che fosse stato solo un sogno, ma la spia luminosa del portatile le diede la certezza che tutto stesse procedendo senza problemi; doveva solo trovare il coraggio di chiedere la registrazione degli eventi, e il viaggio della cometa avrebbe perso gran parte del suo mistero.
Premette un tasto e attese che il monitor si riempisse di abbaglianti grafici colorati, la risposta era lì, davanti ai suoi occhi assonnati, ma non volle conoscerla, non ancora, preferì rinchiudersi in bagno come sempre e scendere per la colazione assaporando il gusto della scoperta.
La tavola imbandita attirò il suo sguardo inquieto, le fronde degli alberi erano immobili, il silenzio riempiva l'aria stantia che nessuna brezza osava solcare, quasi che i suoi pensieri l'avessero trascinata in un'altra dimensione, lontana dalla realtà in cui si muoveva.
- Vorrei parlarti… - disse Sean, apparendo all'improvviso.
- Ci siamo già detti tutto quello che avevamo da dirci, - rispose freddamente Sara - ho chiesto a Klyne di affidarmi un altro accompagnatore… non ho nessuna intenzione di cambiare idea.-.
- Lo so, hanno mandato Milla a sostituirmi, ma non credo sia una buona idea, questo posto è pericoloso!-.
- Ci sarà comunque lui a proteggermi… e poi questa ha tutta l'aria di essere una scusa per intimorirmi.-.
- Milla è un autista, non un uomo della Sicurezza, non ha nessuna esperienza, alla prima occasione fuggirà come una lepre.-.
- Non è un problema tuo, - gridò Sara - tu devi solo starmi lontano, e questa è l'ultima volta che te lo chiedo!-.
- Va' a farti fottere allora… - rispose Sean, seccato - non sei altro che una stupida donna arrogante e piena di sé, la tipica Americana che crede di esportare le sue regole in ogni parte del mondo.-.
- Stai tranquillo, comunque sia… non sarai certo tu a farmele cambiare.-.
- Può darsi… può darsi… - rispose il ragazzo - anche se alla fine resto convinto che, con me, ti saresti divertita un sacco.-.
Il rumore del cancelletto che si apriva interruppe la discussione, era Milla, nella sua mimetica d'ordinanza, pronto a cominciare il nuovo incarico con Sara, ormai stanca di dover sopportare ulteriormente quella situazione. - Quando vuole, possiamo andare, - disse il militare - io scendo nel piazzale a preparare la Jeep, attenderò lì che si prepari.-.
Non aveva percorso che pochi passi, quando Sean mostrò una strana preoccupazione, fece cenno alla donna di tacere e prese dal fodero la pistola.
- Cosa c'è adesso? - chiese Sara, abbassando il tono della voce.
- Mettiti giù e sta' zitta, ho visto qualcosa che non mi piace…-.
- Se questa è un'altra delle tue buffonate…-.
Il ragazzo si gettò su di lei e la travolse, entrambi finirono a terra sul bordo della terrazza, poi scivolarono nel canale di scolo che costeggiava lo steccato, lui la stringeva con forza, spingendola sotto al suo corpo.
Sara fece appena in tempo ad esortarlo di lasciarla andare, che un boato si alzò nel cielo scuotendo la terra tutt'intorno, una tremenda esplosione che travolse i maestosi alberi di mango come fuscelli, sollevando nell'aria i frammenti metallici dell'automobile.
Sean attese che cessasse lo spostamento d'aria e si alzò di scatto dal fossato, fece più volte fuoco in direzione della foresta, poi prese la donna per un braccio e la trascinò al riparo.
Nel piazzale c'era l'inferno, la detonazione aveva investito Milla mentre saliva sulla Jeep, accompagnato dall'euforia dei giovani del villaggio; lo conoscevano da sempre e lo veneravano come un idolo, ora dividevano con lui la stessa orribile sorte.
- Andiamo via di qui, - gridò Sean - dobbiamo trovare un posto per nasconderci finché arriveranno i militari del campo, il botto sarò arrivato sino a loro.-.
La radio nel taschino gracchiò qualcosa di incomprensibile, lui premette il tasto di trasmissione e diede alcune indicazioni precise. Se mai Sara non se ne fosse accorta prima, in quel momento capì che era un vero professionista, non c'era altro da fare che affidarsi a lui.
- Devo recuperare il mio portatile, - gli disse, trafelata - ho assolutamente bisogno dei programmi installati… l'ho lasciato nella mia camera.-.
- Andrò io a prenderlo, tu non muoverti da qui!-.
- Se lo spegni in modo errato andrà tutto perso, sono l'unica in grado di farlo.-.
- Ascoltami, - disse Sean - è più importante la tua vita o quel maledetto computer? Lo capisci quello che è successo?-.
- Ho trovato l'orbita della cometa, probabilmente è stato un caso, non posso permettermi di perdere tutto.-.
- Ci torneremo, adesso la cosa più importante è andare via di qui!-.
- Va bene, - rispose Sara - dimmi cosa devo fare.-.
- Stai zitta, ferma, e tieni giù la testa; un elicottero sarà qui in meno di dieci minuti.-.
Finse di assecondarlo, ma non aveva nessuna intenzione di abbandonare il computer in camera sua, aspettava solo l'occasione per sfuggire al suo controllo.
Lasciò che si allontanasse di qualche passo, poi balzò fuori dal fossato e cominciò a correre tra il fumo, raggiungendo la porta di casa tra le urla di disperazione del personale di servizio.
Salì per le scale con il cuore che le batteva in gola. Una parte dell'edificio si era incendiato, colpito dai rottami infuocati dell'esplosione, ed ora le fiamme aggredivano il legno stagionato della costruzione, rendendolo un immenso rogo.
Quando raggiunse la camera, l'aria era ormai irrespirabile, riuscì a malapena a vedere la vecchia scrivania su cui era appoggiato il computer, digitò qualche comando sulla tastiera ed attese la scritta che ne autorizzasse lo spegnimento.
Si sentì prendere da dietro, cercò di liberarsi ma ogni tentativo restò senza esito, - Hai proprio la testa dura, - disse la voce nervosa di Sean - hai proprio deciso di farti ammazzare!-.
- Ancora un minuto… uno solo, ormai manca proprio poco.-.
- Anche il pavimento se n'è accorto, - continuò il ragazzo - se aspettiamo ancora non dovremo nemmeno usare le scale.-.
- … venti secondi…-.
- Cazzo, non ce li abbiamo venti secondi, prendi subito quella maledetta scatola e andiamo via di qui.-.
- … ci siamo… ci siamo.-.
Sean strinse la donna per la vita, con l'altra mano afferrò il computer, attese ancora un istante, poi trascinò entrambi fuori dalla stanza, un attimo prima che crollasse tutto.
Percorsero il lungo corridoio che portava verso il retro della casa, l'unica via di fuga era la finestra che dava sul cortile; accostata alla parete esterna c'era la grande vasca di raccolta dell'acqua piovana, non restava che buttarcisi dentro senza perdere altro tempo.
Sara strappò il computer dalle mani del ragazzo e lo alzò verso il cielo, per salvarlo dall'incendio aveva rischiato la vita ed ora voleva preservarlo da una fine non certo migliore. Lì dentro c'era la risposta che non aveva voluto guardare, ed ora malediceva quello stupido gioco senza ragione, consapevole di aver gettato al vento l'unica occasione che la fortuna aveva voluto concederle.
Il rombo dell'elicottero sbucò all'improvviso dalla foresta, la forza delle sue pale trascinò il fumo verso l'alto, attizzando l'incendio alla parte superiore dell'edificio; non c'era modo di scendere verso terra, la visibilità era bassissima.
Sean diede istruzioni al pilota per un appuntamento più a nord, lui sapeva di una radura adatta allo scopo, il rischio era che non fosse l'unico a conoscerla, ma non c'era il tempo per inventarsi un'altra alternativa.
Camminarono tra gli arbusti spinosi chinandosi in avanti per non farsi scorgere, ad ogni passo c'era un incognita in attesa, e la prossima poteva essere la morte.
- Quant'è lontana la radura? - domandò Sara, allo stremo delle forze.
- Un paio di chilometri, forse tre, - rispose l'altro - ma non è come passeggiare per il Central Park, e l'elicottero sarà lì solo tra tre ore, non possiamo rischiare che intuiscano le nostre intenzioni.-.
- Chi è stato ad attaccarci, e qual è lo scopo?-.
- Alla prima domanda non so cosa rispondere, il resto te lo dirà il Professor Klyne… io non sono autorizzato ad informarti di nulla; sono un militare, eseguo degli ordini!-.
- Credevo fossi solo il playboy del villaggio, - commentò la donna - invece oggi scopro che sei un uomo d'azione, ma non metterti strane idee in testa… tra noi nulla è cambiato.-.
- Peccato, - replicò Sean - mi aspettavo almeno un ringraziamento.-.
- Non siamo ancora in salvo…-.
- Hai ragione, sarà meglio affrettare il passo.-.
Giunsero alla radura appena in tempo, mancava una decina di minuti all'appuntamento, la radio emise un segnale prestabilito, - Stanno arrivando, - disse lui - tra poco lasceremo questo inferno.-.
- Perché hai rischiato la vita per venirmi a prendere nell'incendio, - gli domandò Sara - potevi metterti in salvo da solo, avresti avuto maggiori possibilità.-.
- La tua domanda nasconde un doppio senso, tu vuoi che ti risponda esattamente quello che pretendi di sentirti dire… stai cercando una scusa, nient'altro; non fai prima a chiedermi quello che vuoi veramente?-.
- Volevo solo dirti grazie, lo volevo fare prima che arrivassero gli altri… tutto qui, non c'è nient'altro, non cercare sbocchi che non esistono.-.
Lui la guardò, il respiro affannoso le gonfiava il petto palpitante sotto la maglietta fradicia, il profilo sensuale del seno traspariva dalla stoffa leggera, mostrando la dolcezza delle sue forme.
Provò ad avvicinarla, ma lei si ritrasse coprendosi con entrambe le mani, lo leggeva nei suoi occhi, lo capiva dalla sua espressione, si sarebbe lasciata abbracciare.
La strinse cercando il contatto con il suo corpo tremante, le offrì riparo tra le proprie braccia, la tentò col respiro, la sentì fremere.
La sua bocca divenne la meta ambita, le labbra la porta da scardinare, ma un rumore lontano scandì il tempo ch'era rimasto, diviso in eguali parti tra la salvezza e la passione.
Il borbottio dell'elicottero si fece possente, la sua pesante mole stazionò nel cielo sopra la radura, - Siamo sulla vostra verticale! - gracchiò la voce del pilota nel piccolo altoparlante della radio, - OK, - rispose Sean - appena a terra vi raggiungiamo!-.
Sara fece per muoversi, lui la strinse di nuovo e le sfiorò le labbra, poi la baciò con dolcezza, procedendo con lievi tocchi a sondare la sua imprevedibile reazione.
Lei reagì, ma la risposta fu clemente, e lasciò che quell'attimo restasse sospeso tra la voglia di cedere e la forza di resistergli; troppo a lungo forse, per scoraggiare il suo gesto avventato, così che si trovò prigioniera dell'evolversi degli eventi.
Sean capì che, almeno quella volta, non l'avrebbe fermato, e cercò di prendere in un attimo quello che inseguiva da sempre. Riuscì a raggiungere il suo seno e lo strinse con veemenza, finché le labbra si schiusero alla pressione della lingua, fino ad avvertire un cenno di resa.
- Adesso! - disse la voce nella radio.
- Andiamo… - ripeté lui - non resteranno qui per molto tempo!-.
Due militari balzarono dall'elicottero prima ancora che toccasse terra, sdraiati tra l'erba alta puntarono i mitragliatori verso la foresta. La corsa dei due fuggitivi non durò che pochi instanti, il velivolo li accolse nel suo ventre metallico blindato, poi attese che gli altri salissero a bordo e s'innalzò rapidamente nel cielo terso.
Dalla cabina di pilotaggio sbucò uno dei piloti, - il Colonnello ha detto di portarvi entrambi alla base, il villaggio sarà evacuato, ormai siamo stati scoperti.-.
- Volevano eliminare la Dottoressa Connor, - commentò Sean - evidentemente temevano che il suo apporto fosse determinante… la copertura archeologica è andata a farsi fottere, d'ora in avanti dovremo giocare a carte scoperte.-.
- Quando sarà alla base non correrà più alcun rischio, - continuò l'altro, tornando al suo posto - purché accetti di collaborare al progetto, altrimenti saremo costretti a rimandarla a casa.-.
- Un momento, - intervenne Sara - state parlando di me e non di un oggetto qualsiasi, non sarebbe il caso di darmi delle spiegazioni?-.
- Sarà il Colonnello Okins a farlo, - la rincuorò Sean - lui rappresenta la massima autorità in campo, nessun altro potrà fornirti dettagli di questa portata; se mai non l'avessi ancora capito, qui si sta cambiando il futuro!-.
Il volo continuò senza ulteriori sorprese, l'area di atterraggio era nei pressi della zona degli scavi, solo che il paesaggio pareva mutato, sotto ai teloni mimetici si avvertiva una grande frenesia.
Una volta all'interno, Sara fu affidata ad una donna in divisa, - … vai con lei - le suggerì Sean - ti rimetterà in forma per la cena.-.
- Mi chiamo Pamela Baker, - spiegò - ma per tutti sono semplicemente "Pam", se mi segue l'accompagno giù nell'area riservata ai civili; stia tranquilla, sotto la sabbia c'è una vera città!-.
L'ascensore scese per alcuni minuti, una decina di piani o forse più, poi sbucarono in quello che sembrava un'enorme parcheggio sotterraneo, una grande caverna dalle pareti metalliche, costernata di passaggi e boccaporti simili a quelli di una nave.
- Dove siamo? - domandò timidamente Sara.
- Non glielo posso dire, - rispose Pamela con un sorriso - sarà il Colonnello…-.
- …Okins a dirmi tutto! Lo so, di questo mi hanno già avvertita, volevo solo conoscere il nome di questo posto.-.
- Per noi è semplicemente la "Base", ma adesso deve prepararsi per il summit di stasera, non vorrà presentarsi in questo stato?-.
- Non sono un'attrice, la mia immagine non è così importante.-.
- … vada a prepararsi, - la pregò Pamela - non potrà sapere nulla prima di allora.-.
- Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a controllare questo computer, è fondamentale che io possa verificare dei dati prima di quel momento…-.
- Lo dia a me, provvederò al più presto.-.
- Non ci siamo capite, - reagì Sara - io ho rischiato la vita per questo portatile, non me ne separerò per nessuna ragione al mondo.-.
- Lo specialista lo controllerà mentre si farà la doccia, appena pronto lo riavrà tutto per lei… non siamo dei nemici, tutti noi dipendiamo direttamente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America.-.
- Io no! Lo specialista lo controllerà sotto ai miei occhi!-.
- Non può farlo in camera sua… sia ragionevole, se volessimo prenderle quel computer, l'avremmo già fatto.-.
- Allora farò da sola, sono abituata a non fidarmi di nessuno.-.
Raggiunse la stanza che le era stata affidata e cercò di chiudersi dentro. Con rammarico si accorse che non c'era serratura, così provò a bloccare la porta d'ingresso, utilizzando la struttura metallica del letto per impedirne l'apertura.
Aprì il computer portatile e ne costatò l'integrità, ma ad un esame più attento si accorse che vi era penetrata dell'acqua, mettendone in serio pericolo i circuiti elettronici.
Tolse la batterie dal loro scomparto e cercò di ripulire la tastiera dallo sporco, non c'era altro da fare che lasciarlo asciugare; aveva tutto il tempo per una doccia.
Solo quando fu sotto lo scroscio tiepido dell'acqua, riuscì a realizzare ciò che le era accaduto in quel suo breve soggiorno in Africa.
Purtroppo non era un sogno, o forse era meglio così. Troppi avvenimenti si erano accavallati uno sull'altro: la scia della cometa, l'impatto periodico con la Terra, l'orbita che comprendeva un ulteriore contatto e per finire, quel giovanotto impudente, che l'aveva baciata, ma anche salvata da una morte sicura.
Ripensò a quel momento tra le sue braccia, si chiese cosa sarebbe accaduto se Greg, suo marito, l'avesse sorpresa in quell'istante; nulla in confronto a ciò che lei stessa aveva dovuto subire trovandolo a letto con un'altra, ma neppure una plausibile vendetta a cui potersi aggrappare.
Quando uscì dalla doccia restò allibita, la porta della stanza era stata aperta, il computer era sparito, - Nemmeno del Governo ci si può fidare, - esclamò - come abbassi la guardia, ti colpisce sotto la cintura.-.
- Stia tranquilla, - disse una voce alle sue spalle - anche se abbiamo preso il suo portatile non l'abbiamo fatto per derubarla, il processore è irrecuperabile, ma il disco su cui sono memorizzati i dati è perfettamente integro, lo stiamo riversando nel computer centrale.-.
- Chi è lei, - lo aggredì Sara - che si permette di entrare in camera mia e di frugare tra le mie cose?-.
- Sono il Colonnello Okins, - rispose il militare - può star tranquilla, siamo entrambi dalla stessa parte!-.
- Lo vedo! Però preferirei che esca da qui, non sono abituata a ricevere ospiti con addosso solo un accappatoio, inoltre le ricordo che i miei vestiti sono rimasti al villaggio.-.
- Il villaggio non esiste più, chi ha messo quell'ordigno nella sua Jeep non aveva nessuna intenzione di darle un'altra possibilità.-.
- Perché… perché io?-.
- Glielo dico più tardi, adesso sono venuto qui soltanto per rassicurarla sulle sorti del suo prezioso computer, sperando che contenga la risposta che noi non abbiamo mai trovato.-.
- Non ci credo, non potete essere così sprovveduti!-.
- Non corra troppo, può darsi che lei sia giunta alla nostra stessa conclusione.-.
- Ed in quel caso?- domandò Sara.
- In quel caso avremmo sbagliato entrambi, l'area che noi abbiamo individuato non è sicuramente quella giusta.-.
- Come potete saperlo? Ma certo… come ho fatto a non capirlo, quattro anni fa avete mancato la via di fuga!-.
- Brava, ero sicuro che ci sarebbe arrivata, ma adesso mi dica cosa le serve per finire i suoi calcoli?-.
- Intanto dei vestiti asciutti e puliti, gliel'ho già detto, non mi è rimasto nulla!-.
- Li avrà, - continuò il Colonnello, lasciando la stanza - non vorrei che si presenti al summit in accappatoio!-.
- Anche un asciugacapelli, un paio di scarpe misura trentasei e tutto quello che può servire ad una signora… si faccia consigliare da una donna!-.
Cosa stava succedendo, cosa ci facevano tanti militari americani in pieno territorio dello Zimbabwe, e perché mai avevano richiesto il suo aiuto con la scusa di assistere il Professor Klyne?
Troppo complicato! Tutto era accaduto così in fretta che la mente non aveva ancora messo ordine nei pensieri, era inutile cercare di comprendere qualcosa di cui effettivamente non si conosceva ancora l'esatta portata e, viste le forze in campo, non era certo cosa da poco.
Ripensò più volte ai fatti accaduti fin lì, ma non riuscì a comprendere la vera entità dell'intero problema. Sebbene reputasse importante il passaggio periodico della Terra nella scia della cometa, il fatto non era sufficiente a giustificare l'interesse del Governo americano per qualcosa che non andava al di là di una scoperta di natura prettamente scientifica.
Cosa spingeva i militari ad inseguire quell'evento con tanta determinazione, qual era il fine ultimo del loro lavoro, e quanto il risultato di quello sforzo immenso era legato solo alla ricerca della via di fuga?
La prima risposta che le venne in mente, fu il timore diffuso che la cometa portasse con sé qualcosa di pericoloso per il nostro pianeta. Analizzò quell'eventualità in modo razionale e comprese che, se nulla era accaduto in migliaia di anni, difficilmente avrebbe potuto cambiare in così poco tempo. Non restava che cercare nella direzione inversa, e fu proprio lì che si trovò davanti ad un'ipotesi azzardata: - E se fosse proprio il nostro pianeta ad inquinare con le sue tracce di vita il resto del cosmo? Se fossimo noi a fecondare l'Universo che ci circonda, distribuendo particelle biologiche in grado di attecchire in luoghi sterili e lontani, capaci di generare l'inspiegabile evoluzione che è avvenuta proprio qui, a dispetto di altri mondi?-.
Tutto pareva possibile. Per qualche decennio erano stati inviati satelliti per l'esplorazione del sistema solare, ed ora ci si trovava di fronte al più veloce mezzo di comunicazione interplanetaria, un flusso ininterrotto di energia che solcava i misteriosi meandri dell'infinito, riportando ogni quattro anni l'esito di tanto girovagare.
Più darti, Pamela le portò gli abiti che aveva chiesto. Dovette accontentarsi di una divisa di taglio maschile, forse la stessa in dotazione alle altre donne soldato, certamente l'unica disponibile in così breve tempo. - Se mi segue, l'accompagno alla mensa, la riunione avrà luogo tra un ora, giusto il tempo per mangiare qualcosa… oggi, per lei, non è stata certo una giornata di tutto riposo.-.
La tensione le aveva stretto lo stomaco. Cercò di combatterla con tutte le sue forze, non era il tipo da lasciarsi abbattere, ed alla fine riuscì a ritrovare la quiete.
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