Romanzi erotici e racconti erotici di Abel Wakaam by RossoScarlatto
Abel Wakaam
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Encanto, il fiore dalle due ombre

La Terra dell'ArcanoLa prima volta che vidi quei piccoli cilindri lucidi e rossastri portavo ancora i calzoni corti. Era una tiepida mattina di Maggio quando imboccai la breve discesa che portava al Castrum, un respiro di sollievo dopo quel lento risalire che mi aveva condotto fin sulla cima della collina. Un'inevitabile sosta all'unica fontana dei dintorni per rifornire la borraccia d'alluminio ricoperta di lana grigioverde, e poi di corsa oltre gli antichi piloni del ponte levatoio per raggiungere la torre di guardia.

Anche allora amavo isolarmi dal mondo per descrivere sulla carta l'immaginario esaltante dei miei pensieri, per molti ero soltanto un ragazzo dal carattere schivo, io invece cercavo da sempre il filo invisibile che unisce la terra ai sogni. La torre del Seprium m'ispirava... guardavo la grande vallata attraverso la stretta fessura del suo spioncino ed il mondo mi appariva sotto una diversa luce, un misto di magia e ricordi ancestrali.

Mi piaceva pensare di essere già stato lì in chissà quale precedente vita, di colpo i miei abiti si tingevano dei colori caldi del cuoio, ed il luccichio del metallo riportava in auge arcaiche armature. Quel giorno fu il rumore d'un campanaccio a destare la mia mente dall'oblio. Il vento che saliva dalla valle portava con sé quel suono confuso in mezzo a mille altri... un grido, poi un altro ancora... ed infine il belare nervoso del gregge che arrancava sui ripidi pendii che risalivano dal Monastero fino a raggiungere il pianoro.

Lo spingeva un cane nero dal pelo arruffato, accanto a lui camminava uno dei figli del pastore, il più piccolo, con una grande bisaccia a tracolla ed uno strano cappello rivolto all'indietro; ci guardammo negli occhi e diventammo subito amici.

Non ci sono molte cose inutili nelle tasche di un pastore, e quel poco che non serve ha sempre un gran valore simbolico. Quando fu il momento di scambiarsi qualche piccolo dono, gli offrii una lunga punta acuminata che usavo per abbrustolire le pannocchie. L'avevo ricavata dalla stecca di un vecchio ombrello, la punta picchiata col martello fino ad appiattirla a mo' di freccia, e poi limata quel tanto che bastasse a farla sembrare un'arma.

Lui rovistò nella bisaccia con l'aria guardinga, si guardò in giro con circospezione e ne trasse un sacchetto di pelle, legato da un laccio intrecciato, sciolse il nodo con attenzione e poi svuotò sulla mia mano il misterioso tesoro che custodiva all'interno. Lo guardai incuriosito da quei sette bottoni lucidi e rossastri, con la parte centrale schiacciata rispetto ai bordi. Sembravano quelle caramelle alle erbe che tutte le nonne nascondono nella dispensa per tirarle fuori al momento in cui devono farsi obbedire... e magari le avvolgono nella carta dorata per farle apparire più buone.

- Sono i semi di una pianta misteriosa, - raccontò il ragazzo - in ognuno di essi può nascondersi la strada che unisce questo all'altro mondo.-. Non gli detti molto credito e lui per questo mi portò dal vecchio padre, subito disposto a raccontarmi il resto della storia, gustando il formaggio fresco spalmato sul pane di farina gialla.

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