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"Verrà la notte a portarti via e tu non potrai
far altro che seguirla".
Sorrisi... leggendo quella frase tracciata col rosso vermiglio
sulla parete affumicata della galleria. Il vecchio treno
saliva sbuffando lungo il costone roccioso che s'insinuava
tra le gole dimenticate dal tempo, mentre una pace irreale
sembrava accogliermi nel torpore di quel silenzio, spezzato
soltanto dallo stridere delle ruote sui binari arrugginiti
Non ci sono parole per descrivere la quiete, non ci sono
pensieri abbastanza profondi per dipingere la sensazione
che ci prende quando intorno a noi il mondo si ferma e si
lascia condurre lentamente verso l'oblio.
Avevo bisogno di spazi immensi dove lo sguardo potesse
perdersi senza timore d'incontrare il passato da cui stavo
fuggendo, o forse non mi sarebbe bastata una vita per dimenticare
quel dolore intenso che avvertivo dentro al petto ogni volta
che pensavo a lei.
Presi dal seggiolino di fronte la valigia di pelle scura
e rovistai nella tasca anteriore alla ricerca dell'opuscolo
spedito per posta dalla "Casa di Lilith". Strano
nome per una locanda, ma ricordo di averla scelta proprio
per quella sua aria decadente, così diversa dalle
altre baite di montagna con i vasi fioriti, attaccati in
lunghe file sui balconi intarsiati nel legno d'abete.
Dal corridoio della carrozza arrivò un aroma forte
di tabacco da pipa, mi alzai incuriosito e fingendo di far
due passi, mi affacciai nell'altro scompartimento. Seduto
composto, nella sobrietà del suo completo scuro,
ritrovai l'anziano professore che già avevo notato
alla stazione, gli feci un cenno di saluto a cui rispose
con l'invito di sedermi accanto a lui.
- Non si preoccupi della sua valigia, - si affrettò
a rassicurarmi - i passeggeri di questo treno non assomigliano
certo a quelli che viaggiano sulle grandi tratte internazionali,
ci conosciamo tutti per nome... stiamo invecchiando insieme.
A volte mi chiedo cosa accadrà su al paese, quando
la nostra leva si sarà trasferita nella terra di
nessuno.
- Non si può vivere per sempre, - risposi - ma credo
che tutti faremmo volentieri un dispetto a chi ha scritto
quel messaggio sulla parte della galleria.
Mi raccontò la storia della valle con l'enfasi di
chi ne conosceva ogni segreto, prigioniera tra le cime innevate
d'inverno e magica nella dolcezza dell'estate. In primavera
e autunno... una tavolozza di colori, spalmati sui fianchi
dei monti che la proteggevano nel loro paterno abbraccio.
Io lo ascoltavo incantato. Non avevo mai incontrato nessuno
che sapesse usare le parole come lui, le dosava come fossero
note cristalline che innalzava nell'aria e poi posava dolcemente
dentro i miei pensieri, accompagnandole con la gestualità
tipica di chi sa insegnare alla gente.
In ogni racconto esordiva con la stessa frase. - Lungo
il fiume... - diceva, poi s'inoltrava dentro una favola
che subito si disegnava davanti ai miei occhi stupiti. Con
quel suo intercalare riuscì a farmi comprendere quanto
la popolazione della valle ed il torrente fossero legati
in perfetta simbiosi, come se l'acqua cristallina portasse
fin nelle case i sogni puri come la neve del ghiacciaio,
per poi ripartire nel suo lungo il viaggio verso il mare
portandosi via i peccati di cui si era macchiata.
Lo compresi all'improvviso quando il treno uscì
dall'ultima galleria, ma non furono i discorsi dell'anziano
professore ad aprire la mia mente affamata di avventura,
bensì l'immagine nitida dell'intera vallata nel suo
insieme, col verde intenso dei campi ricamati dai tetti
d'ardesia che s'inchinavano uno dopo l'altro al passaggio
del fiume.
- Questo è il paradiso!- sussurrai, affacciandomi
al finestrino.
..ma anche l'inferno, - aggiunse lui, facendosi serio -
dipende solo da che parte lo si guarda.
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