Un romanzo di Abel Wakaam
1° Capitolo

S. Gimignano - Toscana -

La luce rosata del tramonto accendeva il cotto delle case, dei vicoli, in un insieme antico e solenne. I colori caldi dell'autunno si fondevano nella dolcezza delle colline toscane, come un quadro dalle tinte pastello, in cui la natura si confrontava con l'opera dell'uomo e mai, come in quel momento, l'esito era scontato. La vide salire verso la Basilica della Collegiata e subito fu attratto dalla sua figura, senza più riuscire a cancellarla dai pensieri. Vestiva di scuro, una giacca di taglio semplice ed una gonna ben sopra le ginocchia, con un corto spacco posteriore, trattenuto da un lieve ricamo. La seguì, il ticchettio dei passi sull'antico selciato dava il senso della sua femminilità; i movimenti erano rapidi, eleganti, ed il suo corpo avanzava con classe, morbido, armonioso, costringendolo a rincorrerla per non perderla di vista. Quando entrò nel cortile interno, un uomo prese a suonare l'arpa e, mentre le arcaiche mura si riempivano d'immenso, lei si voltò un attimo nella sua direzione, concedendogli l'attenzione dei suoi occhi chiari. Lui abbozzò un cenno di saluto ma la donna nemmeno se n'accorse, e continuò a camminare, finché sparì oltre la soglia dell'antico portale.
Nick cercò di seguirla per lo stesso percorso, ma si trovò di fronte ad un'invalicabile rifiuto da parte di due uomini che non si lasciarono sorprendere dalle sue innumerevoli scuse.
Era abituato a simili scontri, data la sua professione di fotografo ficcanaso; "paparazzo" per lui era un termine riduttivo, faceva parte dei "grandi", quelli cui conviene concedersi.
Eppure, almeno stavolta, il suo obiettivo non doveva essere quella stupenda mora che andava di fretta, era lì per ben altro, ma ormai la sorpresa non aveva più nulla su cui contare, tutti gli occhi erano puntati su di lui.
Cercò di darsi un contegno, nascondendo alla meglio i teleobiettivi, poi affrontò di nuovo i due tenaci oppositori, senza riuscire nell'intento.
Attese per ore, appostato giù nella piazza, la donna sarebbe dovuta uscire, San Geminiano non è Milano, nessuno può svanire tra la confusione della folla.
Fu così anche allora e, quando la notte parve arrendersi al silenzio, la vide scendere la scalinata, accompagnata da un misterioso cavaliere.
Li inquadrò con la macchina fotografica e scattò in continuazione, cercando il primo piano del suo viso, quasi immaginandosi come ogni fotografia stesse plasmandosi sullo strato argentato della pellicola.
Non sapeva chi fosse, non capiva nemmeno perché lo stesse facendo, ma qualcosa d'istintivo lo spingeva a continuare, senza sapere che in quel momento stava cambiando per sempre la sua stessa vita.
La seguì fino all'albergo, dove il suo galante accompagnatore l'abbracciò con distacco, dimostrando che i loro rapporti erano esclusivamente di cortesia, poi attese che l'uomo se n'andasse, per cercare informazioni al personale della reception.
Il portiere lo guardò stranito, mentre si vedeva allungare un biglietto da centomila, ma non fece in tempo a rispondere, che una voce tuonò all'improvviso: - Non possiamo comunicare informazioni personali sui nostri clienti, inoltre vorrei farle notare che la sua offerta di denaro ci offende terribilmente.
- Volevo solo conoscere il nome della donna appena entrata, - esclamò Nick - mi ha incuriosito la sua bellezza, il resto non m'interessa.
- La prego di uscire subito dall'Hotel, questa è proprietà privata e non tollero che nessuno infranga le nostre regole.
- Tu sai chi sono?
- Non m'importa, se lei non se ne va, sarò costretto a chiamare la Polizia!
- Calma… calma, - intervenne un terzo personaggio, dall'aria molto compiacente - il signor Nick Frattini è un grande fotografo, non può essere trattato come tutti gli altri.
Non fece nemmeno in tempo a compiacersi, che si trovò sotto braccio allo sconosciuto, trascinato verso un salotto appartato, dove si trovò a rispondere alle sue domande.
- Cos'è tutto questo interesse per la signora, uno scoop da mettere in prima pagina?
- Veramente non so nemmeno chi sia, sono stato attirato dalla sua splendida figura e stavo proprio chiedendo al portiere se conoscesse il suo nome.
- Io potrei metterla al corrente di tutto, ma vorrei in cambio un favore…
- Cosa?- domandò Nick, abituato ai compromessi.
- Facciamo così, io le dico tutto sull'interessata, ma lei farà in modo di pompare la storia, affinché se ne abbia benefici entrambi.
- Dipende molto dall'importanza del soggetto, per apparire in prima pagina bisogna essere qualcuno!
- Venga con me, le mostrerò qualcosa che non potrà dimenticare molto facilmente.
Il fotografo lo seguì attraverso i corridoi dell'albergo, scese le strette scale che conducevano alla parte riservata al personale, ed insieme sbucarono nel vicolo.
- Dove stiamo andando?
- Sei un fotografo? Sei il migliore? Allora questa notte avrai la possibilità di vedere con i tuoi occhi cosa accade oltre la finestra di una camera da letto.
- Non capisco…- balbettò.
- Non importa!- disse l'altro, strappandogli di mano la macchina fotografica.
Nick cercò di contrastarlo, ma un secondo uomo si gettò su di lui e si trovò a terra.
Lottò con tutte le sue forze, cercò di divincolarsi, di fuggire, ma la forza dei suoi aggressori era nettamente superiore e si trovò ben presto a doversi arrendere.
Non gli lasciarono il tempo di parlare, una mano lo afferrò per la gola, un'altra fece pressione sulla fronte e si trovò una bottiglia di vino spinta tra le labbra, sino a raggiungere la gola. Non riusciva a respirare, non riusciva a gridare, poteva solo ingoiare quel liquido a grosse boccate, senza nemmeno capire cosa gli stesse accadendo.
Quando credette che il supplizio fosse finito, seguì un'altra bottiglia e poi un'altra ancora, finché l'alcool si fece strada nel cervello, confondendo le idee e le sensazioni.
Capì che lo stavano trascinando per alcune decine di metri, poi si sentì sollevare di peso e si trovò capovolto, trattenuto a stento per le gambe.
- Vogliono farmi vomitare.- pensò, ma si sbagliava di grosso, e lo capì appena riuscì ad aprire gli occhi e vide il vuoto sotto di sé; era sospeso al di sopra di un pozzo.
Volle credere che stessero scherzando, un modo un po' pazzo per fargli paura, ma di colpo fu lasciato cadere nel vuoto, ed il suo grido si spense in gola.
Quella corsa verso il basso pareva non finire mai, i colpi contro le pareti non riuscivano a spegnere la sua ansia, il suo dolore, di tutti gli incubi quello era il peggiore, e la cosa più atroce, era la certezza che non fosse un sogno.
L'impatto con l'acqua fu tremendo, il tonfo agghiacciante; il corpo si inabissò all'istante e la mente desiderò solo la fine.
A volte vorremmo morire, per non affrontare la sofferenza, ma quel meccanismo naturale che ci procura uno svenimento, quando il dolore diviene insopportabile, non funziona oltre un certo limite; il corpo non accetta di spegnersi senza lottare e fu così anche quella volta.
Appena riemerso, si rese conto che la situazione era disperata, nulla avrebbe potuto salvarlo ed il suo cervello era troppo impegnato a combattere il vino, per potersi impegnare nella ricerca di una soluzione.
Eppure l'istinto non si era sopito, la sua mano trovò un appiglio, un gradino metallico infilato nella parete, scivoloso alla presa, come fosse il tentacolo di un polpo proteso nel vuoto.
Com'è difficile trovare un'idea quando l'alcool scorre nel sangue con la stessa forza della vita, eppure non era difficile, doveva farlo, altrimenti tutti i suoi pensieri sarebbero andati persi per sempre.
Capì che se ne stava andando, ed allora raccolse tutte le proprie forze per un ultimo tentativo e si issò verso quell'appiglio, infilando un braccio al suo interno. Cercò con le punte dei piedi di reggersi per un istante, mentre con l'altra mano si slacciò la grossa cinghia di cuoio, infilata nei jeans.
Le membra tremavano nello sforzo, la carne si lacerava al contatto duro con il metallo arrugginito e le dita lavorarono confusamente, riuscendo finalmente nell'intento.
Passò la cinghia nel gradino e riuscì a riallacciare la fibbia, poi cadde all'indietro a peso morto, e la mente trovò la sua quiete.
Quando riaprì gli occhi, poteva essere trascorsa un'ora, oppure un intero giorno, si domandò persino se fosse ancora vivo, perché il dolore era completamente svanito.
- Forse è così… la morte!- ebbe persino il coraggio di pensare - Sospeso al buio nel vuoto, senza nulla cui aggrapparsi, senza nemmeno una flebile speranza… senza paura.
Una fitta tremenda lo riportò alla realtà, alzò lo sguardo verso il punto più alto che poteva raggiungere e si trovò ad immaginare il cielo. Una pallida luce si rifletteva sulle pareti impregnate d'acqua, lasciando presagire che il mondo, là fuori, esisteva ancora.
- E se non fosse l'alba?
Non avrebbe retto ancora una notte in quello stato, appeso per la vita, senza un briciolo di forza nelle vene.
Chiuse gli occhi, pregustando di riaprirli il più tardi possibile, pur di saziarsi della fine di quell'incubo.
- Già… e se fosse solo il peggiore dei sogni?
Non lo era, ma era bello crederlo, oppure sperarlo, mentre ritardava il momento della verità, serrando le ciglia per non rovinarsi l'attesa.
Cercò dentro di sé il coraggio di spalancare le pupille ma lo sforzo fu vano; la penombra non era cambiata.
Il rantolio lontano di un temporale spense definitivamente le sue illusione, poi venne la pioggia e le gocce caddero sul suo volto sporco, dilavandone le rughe approfondite dall'attesa, mentre le labbra schiuse cercavano conforto alla sete, strana sofferenza per un condannato a morire in un pozzo.
Presto il livello cominciò a salire, e con esso la consapevolezza che tutto sarebbe finalmente finito, era la soluzione migliore: - … meglio affogare che marcire appeso ad un chiodo…
Ma l'acqua, da carnefice si trasformò nel più impensabile degli aiuti, sospingendolo verso l'alto, dove i lampi coloravano l'imboccatura del pozzo, disegnando sui riflessi delle pietre squadrate inaspettati appigli. Per assurdo, la cinghia che lo aveva sostenuto sino a quel momento, stava diventando la sua catena, e le dita lavorarono senza sosta, per sciogliere quell'ultimo impedimento.
Fu sommerso, e solo allora, quando il fiato si dissolse in mille bolle chiare, riuscì a sganciare la fibbia, per lasciarsi andare in balia di quella spinta verso l'alto, senza rendersi conto che nulla avrebbe potuto portarlo all'imboccatura del pozzo.
Qualche metro, aveva guadagnato solo qualche inutile metro, ma ora riusciva intravedere una lunga serie di maniglie arrugginite, protese verso di lui, come tante mani pronte a stringere le sue.
Alla fine ci riuscì, giusto in tempo perché la folgore gli mostrasse l'ombra di una poderosa griglia, posta a proteggere la sua unica via di fuga. Si arrampicò con le ultime forze, il cuore in gola dava il ritmo della salita, e la mente ricominciava a masticare idee, finalmente libera dall'oblio dell'alcool.
Cominciarono i dubbi, primo fra tutti il terrore che ad aspettarlo ci fossero i suoi aggressori, la libertà sarebbe stata inutile, senza la certezza di poter sopravvivere.
Provò a spingere la grata ma era bloccata da grossi lucchetti lucenti, parve subito chiaro che non erano quelli originali, le sue paure stavano prendendo forma.
Stremato, capì che doveva riposare e l'unico modo per non precipitare era quello già usato sul fondo, e si legò di nuovo ad un appiglio, per potersi rilassare un poco.
Fu una voce a risvegliarlo, non era quella del boia, ma un sospiro lieve di fanciulla, forse la morte era sopraggiunta nel sonno e ciò che ascoltava non era altro che un angelo.
Poi altri bisbigli, parole, frasi; non c'erano dubbi, erano una coppia di ragazzi!
Doveva affrontarli, farsi sentire, erano la sua salvezza, non c'era altro da fare.
Si fermò di fronte al dilemma: come avrebbero reagito alle sue urla disperate? Ora che si trovava ad un passo dalla vita, non poteva rischiare di ritornare in fondo all'incubo.

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