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Università di Remm
La luce entrava nell'aula, proiettando le ombre del telaio
metallico degli infissi, sulla parete dietro la cattedra.
L'insegnante, la Dottoressa Fyn Berger, si lasciava avvolgere
da quel chiarore diffuso, ritta al centro della scena, quasi
volesse rimarcare la sua posizione di primo piano.
Gli studenti seguivano in silenzio ogni sua parola, ogni
sua affermazione e, in quell'atmosfera di grande interesse,
ognuno sembrava attendere una sentenza dal valore estremo.
- Questo è il momento di dimostrare, che siete veramente
pronti ad entrare nel folto gruppo della "Classe di
Merito"; - disse lei, con voce solenne - altri prima
di voi l'hanno fatto ed altri ancora lo faranno ma, siatene
certi, questo non è il punto d'arrivo! Ora, uno ad
uno, potete consegnare i vostri lavori e lasciare l'aula,
tra cento giorni riceverete il verdetto e spero possiate
coronare i vostri sogni. Sapete che non amo i falsi sentimentalismi,
ma vorrei porvi i miei migliori auguri... buona fortuna!
I ragazzi si alzarono con un sospiro di sollievo, finalmente
liberati dalla tensione, posarono a turno, la loro relazione
sulla cattedra, sorridendo all'insegnante, prima di abbandonare
lentamente l'aula.
- Aspetta!- esclamò Fyn, rivolgendosi a Corinne,
una vispa ragazza dai capelli scuri - Con te vorrei ancora
fare due chiacchiere.
- Non mi dica così Dottoressa Berger... - rispose
lei - sa che non reggo le forti emozioni!
- Prendi il tuo lavoro e vieni nel mio ufficio, ho qualcosa
da chiederti.
Corinne obbedì e camminò dietro alla donna
con timore, quasi sapesse cosa la stava aspettando.
Raggiunta la stanza, l'insegnante le sorrise e, prima che
la ragazza potesse chiedere il motivo di quel colloquio,
iniziò le sue raccomandazioni: - Sei sicura di quello
che hai preparato? Sai che non ci sarà un'altra occasione...
non puoi permetterti di sbagliare.
- Non posso nemmeno compiere una ricerca e poi gettarla
nel cestino, perché alcuni scienziati non condividono
la possibilità di cercare un'alternativa alla loro
conoscenza!- rispose Corinne.
- Allora è proprio come temevo, hai voluto portare
a tutti i costi la tua teoria sino agli esami... non capisci
che, così facendo, hai gettato dieci anni della tua
vita in quello stesso cestino.
- La mia non è una teoria; quando leggerà
le prove che ho raccolto, avrà lei stessa dei dubbi...
Dottoressa Berger, ci hanno sempre mentito... gliel'assicuro!
- Non è questo il luogo per certi discorsi, - continuò
Fyn - se verrai a casa mia, una di queste sere, approfondiremo
il discorso.
- Partirò oggi stesso per Thrus, - rispose la ragazza
- perché non viene lei a trovarmi; mio padre sarà
felice di conoscerla ed io potrò mostrarle le prove
che avvalorano la mia teoria.
- Non è detto che non si possa fare, lasciami il
tuo indirizzo allegato alla ricerca ma, se hai scritto quello
che penso, non potrò fare molto per te!
- Non importa, io so di aver dato il massimo e non intendo
rinnegare le mie idee.
- Apprezzo il tuo coraggio, ma non illuderti, gli scienziati
non saranno teneri come me!
- Mi mancherà, - sussurrò Corinne - lei sa
quanto le sono affezionata.
- Mi mancherai anche tu, - rispose Fyn, commossa - ma non
certo quella tua testa dura, avrei preferito che mi avessi
dato retta.
Si salutarono con un abbraccio, ma entrambe non potevano
immaginare quanto vicino sarebbero arrivate alla realtà,
certamente abbastanza da sconvolgere quel mondo così
perfetto, tutt'altro che quieto.
Fyn alzò lo sguardo verso il cielo, quasi volesse
assicurarsi che le tre stelle artificiali brillassero come
sempre, illuminando di luce bianca quella porzione di pianeta,
unica piattaforma continentale su un immenso oceano di ghiaccio.
Antar era un'enorme isola di tredici milioni di chilometri
quadrati, circondata da un mare cristallino e pescosissimo,
che la separava da una corolla di barriere ghiacciate, ultima
frontiera prima del grande buio. La luce, insostituibile
fonte di vita, era assicurata da tre proiettori a scissione
che, opportunamente riflessi, riportavano al suolo un chiarore
diffuso, interminabile giorno nell'oscurità dell'Universo.
Il tempo scorreva al ritmo della tecnologia, controllato
da migliaia di cronometri digitali, che ne scandivano i
ritmi, necessari alla sopravvivenza degli equilibri naturali.
La notte era solo l'incubo oltre la grande barriera, dove
la curvatura del pianeta impediva alla luce di proseguire
la sua eterna battaglia con le tenebre, dove nessun uomo
non era mai stato e nemmeno non aveva mai creduto di poterci
arrivare. Antar era l'unica oasi del pianeta deserto, splendido
Paradiso in quell'Inferno gelato, dove cinque milioni di
persone avevano trovato rifugio, fuggiti da un punto lontano
dell'Universo, dove la parola Terra era ormai sinonimo di
preistoria.
Erano passati quasi trecento anni e, quel lontano giorno
dell'arrivo, era ormai solo un lontano ricordo, ultimo bagliore
di dolore, di un popolo che voleva continuare a vivere.
La tecnologia aveva permesso la realizzazione di quella
spettacolare opera di colonizzazione, nulla era stato lasciato
al caso e, riconoscendo gli errori già compiuti,
erano riusciti ad intraprendere una seconda opportunità
di sopravvivenza.
Ora si sentivano maturi per guardarsi indietro, per cercare
con distacco le proprie radici ma, sebbene ci provassero,
trovavano ostacoli insormontabili nelle generazioni precedenti;
nessuno sembrava conoscere i primi capitoli della loro così
breve storia.
La Dottoressa Fyn Berger era una donna molto decisa, conscia
della propria intelligenza che, unita ad una forte personalità,
l'avevano portata a precorrere i tempi, permettendole a
soli trent'anni, di raggiungere i livelli più alti
della "Classe di merito".
Non erano molte le opportunità offerte da Antar ma,
appartenere al ceto più elevato della nazione, le
permetteva di vivere una vita agiata, divisa tra il suo
lavoro d'insegnante all'Università e lunghe pause
di riflessione nella stagione calda, ormai alle porte.
Tornando a casa, pensava a come avrebbe trascorso quei lunghi
mesi d'inattività e, sebbene avesse atteso con ansia
quel momento, non riusciva a gustarlo sino in fondo.
Varcò la soglia della sua elegante villetta, adagiata
sulle ultime pendici della catena montuosa, che sovrastava
la baia di Remm, e subito si sentì chiamare da Bruce.
- Credevo ti fossi persa, - disse - lo sai che siamo invitati
da Larry, non vorrei essere l'ultimo ad arrivare... proprio
come al solito!
- Veramente l'invitato sei tu, - affermò Fyn nervosamente
- lo sai che io non gradisco quel tipo di persone.
- Non essere assurda, ci ha invitati entrambi, non puoi
lasciarmi andare da solo.
- Non ne ho voglia; ti prego, risparmiami questa situazione
imbarazzante!
- Quando lo frequentavi prima di sposarmi, - continuò
lui - non era così imbarazzante.
- Sono passati dieci anni da allora... cosa ti fa credere
che io abbia ancora voglia di rivederlo.
- Non vorrei che questo tuo rifiuto nascondesse un'altra
verità!
- Non torniamo su quest'argomento, ti assicuro che non ho
nessun'intenzione di rivederlo... Larry è amico tuo?
Allora vacci da solo, io non verrò!
- Questo significa rovinarmi la serata, non posso presentarmi
senza di te.
- E perché mai? In mia assenza potrai dedicarti alla
sua cara mogliettina tutto pepe, non è per quello
che ti trovi così bene con loro?
- Astrid non si crea certo i tuoi problemi, è una
donna che sa stare in compagnia... sa divertirsi, non come...
- Non come me? - lo interruppe Fyn - Questo intendevi dire?
Allora ti posso assicurare che, se è quello il tipo
di compagnia che preferisci, allora dovrai fare sicuramente
a meno di me... per un bel pezzo.
- Cosa vuoi dire... è una minaccia?
- Mi hai stufato, - gridò lei - mi hanno stufato
le tue amicizie, il tuo modo di vivere... sono stufa di
te! Hai capito? Sono stanca di averti attorno, con i tuoi
modi rozzi, con quell'aria da padrone che assumi quando
mi parli... ci ho pensato sai, e ho deciso di andarmene
in vacanza sino alla riapertura dell'Università!
- Stai scherzando, tu non puoi andartene... io sono tuo
marito!
- Allora forse non hai capito; io non voglio più
saperne di vivere con te!- urlò Fyn.
Ne seguì una breve pausa di silenzio, poi l'uomo
si avvicinò a lei e, senza mezzi termini, disse:
- Tu non andrai da nessuna parte, qui a Remm non si possono
fare certe cazzate, senza evitare di essere emarginati dalla
società. Io non ti permetterò di rovinarmi
la vita!
- Sono pronta a rinunciare ad ogni cosa, se questo è
il prezzo da pagare, - asserì lei - ma io non vivrò
un minuto di più con te...
- Tu sei pazza, vuoi rinunciare all'Università...
vuoi essere messa ai margini della Classe di Merito, vuoi
lasciare me... vuoi farmi credere che potrai fare a meno
di tutto?
- Di tutte le cose che hai detto, forse mi mancherà
solo la prima; il resto è meno di niente!
- Non hai pensato che rovinerai anche la mia di vita? Questo
non t'interessa!
- Tu non sei più l'uomo che ho sposato, - sussurrò
Fyn - ma una gabbia dorata che mi va sempre più stretta,
io ho bisogno di spazio... d'aria, e invece mi sento imbrigliata
nel tuo noioso modo di sopravvivere, sempre alla ricerca
di una festa in cui buttarti.
- Questo per me è vivere, - asserì Bruce -
senza problemi o preoccupazioni... senza nulla cui pensare,
possibile che non riesci ad apprezzarlo!
- La tua è una vita senza ostacoli, senza confronti;
riesci a passare intere giornate in piscina, senza nemmeno
curarti di quello che avviene intorno a te... hai bisogno
di un'occupazione, di un lavoro vero, non di questa stupida
carica di consigliere.
- "Questa stupida carica" mi fa guadagnare tre
volte quello che ti danno all'Università, senza impegnare
più di tanto il mio prezioso tempo libero.
- Non so nemmeno perché resto ancora qui a cercare
di spiegarti... - sospirò Fyn - ormai è tardi
per ripensarci; io me ne vado... adesso!
- Finché sarai mia moglie, la legge te lo impedirà,
- esclamò Bruce, determinato a non lasciarla partire
- se è questo che vuoi, ti costringerò a rispettare
le regole.
- Fai quello che credi, - rispose lei, risoluta - ma io
non starò qui un minuto di più!
- Tornerai, - gridò l'uomo - ed allora dovrai accettare
le mie di regole!
Fyn preparò in silenzio le valige, nessun rimorso,
nessuna paura, avrebbero potuta trattenerla ancora in quel
posto, con quell'uomo.
Doveva andare via, una forza irresistibile la spingeva a
riprendersi la sua libertà, e solo quando si chiuse
la porta alle spalle, solo allora, capì che stava
dando un calcio alla propria vita.
Non era una decisione dell'ultima ora, era da tempo che
aspettava quel giorno, ma adesso poteva realmente sentire
il peso di quella decisione e, doveva ammetterlo, era tremendo.
Su Antar non si volava, il cielo era un grande mare deserto,
che nessun aereo avrebbe mai solcato, per via dei cannoni
di luce, voraci di molecole sospese.
Fyn lasciò Remm con l'unico mezzo di trasporto abilitato
a percorrere la Nazione: un modernissimo treno navetta,
che attraversava gli enormi spazi di Antar ad una velocità
sorprendente. Una lunga linea retta, costituita da una monorotaia
metallica, attraversava l'intero continente, collegando
con precisione cronometrica, tutte le grandi città
lontane.
Così fu anche quella volta, quando da Remm, capitale
dell'alta società, partì come un proiettile
verso Thrus, centro unico della pesca, distante circa duemila
chilometri.
Meno di sei ore, si leggeva sul biglietto, senza scosse,
senza fermate intermedie; non c'era nulla per cui valesse
la pena di rallentare quella corsa, null'altro che terra
incolta.
Eppure, giusto a metà di quel viaggio, ci fu una
strana sosta. "Problemi tecnici" disse la voce
metallica, ma gli occhi di Fyn videro la fabbrica di stelle:
Ikrail, il centro della luce.
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