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A volte penso che quel che ci accade nella vita sia una proiezione
onirica dei nostri desideri... una forza dirompente che riesce
a scalfire la realtà, trascinandoci in quella terra
di mezzo in cui sono i folli a dettare le regole della ragione.
Forse fu per questo che seguii quella donna lungo i vicoli
della città vecchia e non mi arrestai neppure sulla
soglia della cappella battesimale in cui sembrava cercare
rifugio. L'anziano parroco mi guardò con occhi sorpresi
quando, inavvertitamente, mi poggiai contro la pesante tenda
viola che celava l'ingresso del confessionale, mi domandò
se avessi bisogno di lui e, al mio cenno di diniego, sussurrò
che sarebbe tornato in canonica a riposare.
Il ticchettio dei tacchi sul marmo del pavimento riportò
il mio interesse su quella figura femminile che si inginocchiava
davanti all'altare, le ginocchia abbronzate sul legno ruvido
della panca... le mani giunte, il capo chino. Stette lì
in silenzio per alcuni minuti, poi si alzò lentamente,
volgendo il capo di lato.
Era la prima volta che una donna mi dava un appuntamento
nella sacralità di una chiesa, mi avvicinai alla
sua panca con circospezione e presi posto accanto a lei.
- C'è bisogno che mi presenti? - le domandai con
un filo di voce.
- Sappiamo entrambi di essere qui per un motivo preciso,
- reagì con disappunto - non serve recitare un'inutile
commedia.
Adoro le donne che mi vogliono raccontare la loro vita,
c'è qualcosa di dolce e perverso nel mettersi completamente
a nudo di fronte ad uno sconosciuto, e lei lo aveva fatto
nel più stuzzicante dei modi, spalancandomi la sua
anima fin nei rifugi più reconditi.
L'avevo incontrata in chat... la rete a volte dispensa
pennellate di colore a tinte forti quando meno te lo aspetti,
e dietro quel suo enigmatico sorriso scoprii subito una
voglia inappagata di mettersi in mostra. La prima immagine
che ricordo di lei fu un'inquadratura dal basso del suo
seno, stretto nel push-up, la pelle era bagnata da tre gocce
di liquore rosso ed il desiderio di accostare le labbra
fu così intenso da mettermi a disagio.
Ora mi sembrava così strano scrutare le linee sinuose
del suo corpo, nascosto sotto l'abito austero, mentre le
parole si arricchivano di quell'eco così solenne
da non permettere che innocui bisbigli. - Usciamo... - sussurrai
- non credo che sia il luogo adatto per ascoltare la tua
storia.
- Le confessioni si fanno in chiesa, - ebbe modo di ribadire
- hai paura di essere giudicato?
- Non sono credente ma rispetto le religioni degli altri,
- insistetti - ci sono molti modi di essere dissacrante
e questo mi mette in serio imbarazzo.
Uscii sul sacrato ed attesi parecchi minuti perché
mi raggiungesse: - Non ti seguirò in una stanza d'albergo,
- affermò - non ho nessuna intenzione di fare sesso
con te!
- Sono qui per ascoltare, - risposi, scostandomi di un
passo - se non ti fidi, il gioco finisce qui.
Mi indicò una panchina sul molo, la raggiungemmo
con andatura ciondolante quasi come se fosse l'ultima passeggiata
verso il patibolo.
- Lo vedi quel magazzino diroccato nella parte più
vecchia del porto... tutto ha avuto inizio lì.
Erano passati tre anni da quel giorno, eppure Justine ricordava
ogni dettaglio con una precisione assoluta, tanto da riuscire
a spiegarmi com'era vestito quell'uomo dall'accento medio
orientale.
- Sembrava uno di quei bancari che si siedono in riva al
mare per gustarsi il pranzo in pace... si slacciano le scarpe,
frugano nella borsa ed estraggono uno di quei succulenti
panini imbottiti, avvolti nella carta stagnola. Aveva uno
strano braccialetto al polso sinistro, troppo colorato per
essere portato in banca, e non indossava la cravatta...
no, mi ero sbagliata sul suo conto e lui non perse tempo
a fugare ogni mio dubbio. Si presentò rispondendo
al mio sguardo curioso con un sorriso accattivante, è
come se desse per scontato che fossi interessata alla sua
persona... sessualmente intendo, perché non mi fece
attendere la sua provocazione.
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