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Profumo di gelsomino nell'aria ed una musica antica come sottofondo,
riempirono i miei sensi già ebbri dello splendore delle
mille fiaccole romane che attorniavano il lungo viale di Villa
Dominicus. Eleganza e sorrisi, in un'incredibile parata di
uomini d'affari e deliziose donne, mondanità e denaro
che facevano bella mostra di sé nel parco che si affaccia
sul lago.
Laura mi attendeva davanti alla grande scalinata di marmo
rosato, un piede appoggiato sul primo gradino e le sue gambe
eleganti in mostra tra lo spacco dell'abito da sera. - Se
non la smetti di guardarti attorno ti verrà il torcicollo,
- sussurrò con quel fare da zitella a cui non sa
sottrarsi - cerca di mettere da parte per un solo istante
la tua aria da vecchio marpione e convinciti che questa
è la serata giusta per approfondire qualche buona
conoscenza!
- Non sono qui per elemosinare l'amicizia di nessuno, -
risposi un po' seccato, prendendola sotto braccio - e se
hanno invitato anche me, può solo significare che
sarà casualmente rimasto un posto libero.
- Ci sono tutti gli Editori che contano e la padrona di
casa non lascia nulla al caso... se sei qui è perchè
qualcuno ti ci ha voluto.
A prima vista, Laura può sembrare una ragazza come
tante altre, trent'anni ed un'immensa capacità di
essere sempre presente negli appuntamenti che contano. Se
non avessi lei a darmi una mano, molte porte non si sarebbero
mai schiuse ai miei libri che parlano di erotismo e poesia,
un difficile connubio per un pubblico disattento che vuole
solo emozioni forti.
Nel salone scintillante di lampadari di cristallo la festa
si consumava nel suo lento procedere, fatto di chiacchiere
e battute senza senso. Era la padrona di casa la vera star
di Villa Dominicus, donna vezzeggiata e chiacchierata da
tutti, e moglie infedele dell'Amministratore delegato di
"Focus" la più grande casa editrice europea.
Si raccontava di lei che tenesse in pugno il consiglio
di amministrazione dispensando favori sessuali a chicchessia,
favole metropolitane forse, eppure un fondo di verità
doveva pur esserci, visti i recenti cambiamenti al vertice
della Società presieduta dal marito.
- Non fare lo scemo con la contessa... - mi intimò
Laura, tirandomi per un braccio proprio verso di lei - sii
te stesso e non atteggiarti in personaggi che poi non sarai
in grado di reggere, siamo nel tempio della cultura e non
alle tue festicciole con gli amici.
Annuii, ma i miei occhi erano già stregati dal fascino
inquietante di una biondina dal fisico longilineo, stretta
in un abitino dorato che la stringeva in un'eccitante carezza,
esaltando le curve sensuali del suo corpo.
Quando me la presentò, ringraziai la mia spudorata
fortuna, era lei, la deliziosa Denise Dominicus, punto d'incontro
degli sguardi degli ospiti.
- Dal nome credevo fossi arabo, - esclamò, dispensandomi
un gran sorriso - dopo aver letto qulcuno dei tuoi libri
avevo molto enfatizzato il tuo personaggio, ma la verità
si lascia scoprire solo quando ci si guarda davvero negli
occhi; sarò banale... ma da dove arriva "Abel
Wakaam"?
- In effetti me lo chiedono tutti... e forse è per
questo che preferisco lasciare il dubbio sulle mie vere
radici, non ho sangue arabo né nobile nelle vene,
ma amo succhiare quello blu delle nobildonne.
La smorfia di Laura mi diede la certezza di aver colpito
nel segno, in fondo le donne sono subito pronte a rimarcarti
una battuta fuori posto, ma poi spesso ne apprezzano la
sfacciataggine. Denise scosse il capo e poi reagì
citando il trafiletto riportato qualche giorno prima da
un quotidiano: - Infido come un serpente e deciso come un
corsaro... quello che non hai imparato a scuola lo hai trovato
per strada!
- Ai miei tempi le classi valevano doppie, e più
che alla storia di Roma ero interessato a quella di Messalina...
ma ho dovuto attendere che la mia barba fosse grigia per
poterne descrivere le gesta, anche se credo di aver recuperato
in estremis il tempo perduto.
- Non lo stare a sentire contessa, - mi interruppe Laura
- sono tre anni che lo conosco e dalla sua bocca non è
mai uscita una parola sensata... sa solo scrivere, per il
resto è meglio non averci a che fare!
- Ti ha scopata qualche volta? - le chiese Denise senza
mezzi termini.
L'altra cercò una via di uscita, le guance rosse
e la bocca socchiusa in attesa che qualcuno sopraggiungesse
in suo aiuto, mentre con il capo provava ad accennare un
movimento di diniego.
- Solo quando era ubriaca, - ammisi, scoppiando in una
sonora risata - e devo dire che a vederla così...
nessuno potrebbe mai immaginare quanto sia sensuale dentro!
- Dove è accaduto? - continuò la contessa,
apprezzando il gioco e l'imbarazzo che si era venuto a creare
- Su un divano di pelle bianca, sul pavimento... o sul sedile
posteriore di un taxi?
- Sui gradini di una scala come quella alle tue spalle...
- esclamò Laura, sorprendendomi non poco - io mi
chinai sulle ginocchia... Abel arrivò alle mie spalle,
mi sollevò la gonna e mi fece morire.
- Una violenza da segnalare alle autorità? Siamo
sempre in tempo a farlo.
- No, erano più di sei mesi che non facevo l'amore,
sin da quando avevo lasciato quello stupido uomo con cui
ho sprecato cinque anni della mia vita; avevo una voglia
folle ed avevo organizzato una cena a casa mia sperando
che andasse a finire proprio così!
- Allora mi hai teso una trappola, eri pazza di me e non
volevi dirmelo? - sorrisi - Hai persino finto di essere
ubriaca.
- No, - continuò Laura - quella sera ho bevuto troppo
davvero, mi serviva il coraggio di lasciarmi andare, e ha
funzionato.
- Sappiate che sono terribilmente curiosa, - sussurrò
Denise, prendendoci entrambi per mano - ora ci mettiamo
in un angolo tranquillo e mi raccontate tutta la storia.
- Per me va bene,- la provocai - ma poi dovrai essere tu
a confessarci uno dei tuoi peccati.
E' incredibile come a volte il gioco unisce i partecipanti
in un legame indissolubile, fino a pochi secondi prima nemmeno
la conoscevo, ed ora la stavo seguendo lungo il sentiero
lastricato che conduce verso il lago. Laura mi guardava
di soppiatto mostrando una certa agitazione, lei è
fondamentalmente timida ed ero certo che avrebbe voluto
scomparire senza lasciare la minima traccia di sé.
La sera fuori era calda e luminosa, la luna mi apparve
come una palla bianca che galleggia in un mare d'inchiostro,
ed entrambi ci lasciammo trascinare giù verso il
terrazzo che dava sul lago, calmo, silenzioso, un'immensa
distesa immobile che sospirava appena sul bordo sassoso
della riva.
C'erano quattro poltrone di vimini ricoperte di stoffa
a fiori ed un piccolo tavolino su cui faceva bella mostra
di sé un secchiello d'argento, colmo di ghiaccio.
Il collo della bottiglia spuntava appena, avvolto con maestria
in un tovagliolo bianco, tre bicchieri appoggiati su un
vassoio luccicante: parevano fatti apposta per noi.
Fu così che cominciammo a chiacchierare dei nostri
ricordi e Laura dovette farsi forza e raccontare la sua
eccitante esperienza di quella sera.
- Quell'invito a cena lo aspettavo da tanto tempo, ma Abel
sa come tenere in bilico sulla lama le sue prede, è
come un cacciatore che ti punta il fucile mirando proprio
al centro degli occhi... e poi non preme mai il grilletto.
E' un gioco sottile che non lascia scampo e prima o poi
finisci nella sua rete. Quella sera l'appuntamento era in
un elegante ristorante nel centro di Milano, ma la trappola
era scattata il giorno prima, quando mi fece recapitare
in ufficio un mazzo di rose rosse e un cofanetto avvolto
nel raso dello stesso colore. Dentro c'era un bocciolo dal
corto gambo a cui aveva spezzato le spine. Il testo del
messaggio non lasciava alcun dubbio: "Stringilo tra
le tue labbra e raggiungimi dove sai". Una strana frase
che si insinuò nei miei pensieri come un tarlo da
cui non riuscii più a liberarmi ed un dubbio atroce
rimbombava nella mia mente senza darmi pace. Non potevo
credere che mi volesse al ristorante con una rosa tra
i denti, quindi non mi restava che un'alternativa alquanto
imbarazzante. Le mie seconde labbra erano già in
fermento.
Mentre Laura raccontava, io cercavo di guardarla negli
occhi, ma lei si negò al mio sguardo. Era così
eccitante ascoltare la sua versione della storia, un modo
per riviverla dall'inizio gustandola dall'altra parte della
barricata. Ricordavo perfettamente i particolari di quell'invito,
la frase sul biglietto, le spine spezzate del bocciolo.
Mi ero chiesto se mai avesse capito, ed in fondo sorridevo
al pensiero di trovarmela davanti con il gambo tra i denti.
Mi piaceva, inutile negarlo. Ma per quanto fosse affascinante,
non mi convinceva la sua ostentata freddezza, quel suo disinteresse
verso i piaceri del sesso in nome di un concetto effimero
come l'amore. Mi irritava la sua insistenza nel legare due
cose così diverse, ed ormai avevamo smesso da tempo
di discutere per evitare i continui litigi che avevano l'unico
scopo di allontanarci sempre di più.
- Erano mesi che non provavo nessuno stimolo, - continuò
- e mi dava fastidio che Abel si fosse permesso di farmi
quella stupida proposta... eppure dovevo ammettere che aveva
risvegliato i miei sensi sopiti. Quando lo raggiunsi sul
luogo dell'appuntamento, aveva l'aria sorniona di chi ha
già stravinto, ed appena mi avvicinai per salutarlo,
mi strinse a sé con molta dolcezza. Capii ben presto
che il vero scopo di quella tenerezza era solo una scusa
per controllare che il bocciolo fosse al suo posto, eppure
non ebbi neanche la forza di reagire quando avvertii il
tocco della sua mano scendere giù sul sedere, per
poi incunearsi tra i miei glutei alla ricerca del gambo.
- Per la verità non riuscii a controllare proprio
nulla, - spiegai - l'unica cosa che riuscii ad appurare
è il suo bel culo sodo, insieme alla certezza che
quella sera non mi avrebbe mandato in bianco.
- Se ne accorse invece quando mi fece accomodare sulla
sedia del ristorante, ed io dovetti effettuare una serie
incredibile di movimenti per mascherare la mia difficoltà
a sistemare il suo fastidioso giocattolo. Durante la cena
mi fece impazzire in tutti i modi e quando credetti di poter
tirare un sospiro di sollievo, mi chiese di andare in bagno
e di tornare senza slip. Al mio rifiuto si alzò fingendo
di andarsene, oggi penso che probabilmente l'avrebbe fatto
davvero, ma in quel momento, sebbene pensassi che fosse
un bluff, non volli rischiare di sciupare tutto, e lo accontentai.
- Quando tornò dal bagno aveva uno sguardo diverso...
- spiegai - mi buttò sul tavolo le sue culottes di
seta e abbozzò un sorriso.
- Durante il viaggio in auto verso casa mia mi diede il
colpo di grazia, infilò una mano su per lo spacco
della gonna ed arrivò sino alla punta del gambo,
lo afferrò con le dita e cominciò a muoverlo
lentamente. Ripeté più volte la stessa operazione
in ascensore ed anche nel momento in cui mi chinai per aprire
la serratura del portoncino dell'appartamento, ma una volta
dentro cominciò ad ignorarmi. Mi resi conto di essere
completamente in suo potere, il vino bianco cominciava a
fare il suo effetto ed io non desideravo altro che far l'amore
con lui.
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