Un romanzo di Abel Wakaam
1° Capitolo
Eyes un filo sottile che lega un uomo a due donne
Profumo di gelsomino nell'aria ed una musica antica come sottofondo, riempirono i miei sensi già ebbri dello splendore delle mille fiaccole romane che attorniavano il lungo viale di Villa Dominicus. Eleganza e sorrisi, in un'incredibile parata di uomini d'affari e deliziose donne, mondanità e denaro che facevano bella mostra di sé nel parco che si affaccia sul lago.

Laura mi attendeva davanti alla grande scalinata di marmo rosato, un piede appoggiato sul primo gradino e le sue gambe eleganti in mostra tra lo spacco dell'abito da sera. - Se non la smetti di guardarti attorno ti verrà il torcicollo, - sussurrò con quel fare da zitella a cui non sa sottrarsi - cerca di mettere da parte per un solo istante la tua aria da vecchio marpione e convinciti che questa è la serata giusta per approfondire qualche buona conoscenza!

- Non sono qui per elemosinare l'amicizia di nessuno, - risposi un po' seccato, prendendola sotto braccio - e se hanno invitato anche me, può solo significare che sarà casualmente rimasto un posto libero.

- Ci sono tutti gli Editori che contano e la padrona di casa non lascia nulla al caso... se sei qui è perchè qualcuno ti ci ha voluto.

A prima vista, Laura può sembrare una ragazza come tante altre, trent'anni ed un'immensa capacità di essere sempre presente negli appuntamenti che contano. Se non avessi lei a darmi una mano, molte porte non si sarebbero mai schiuse ai miei libri che parlano di erotismo e poesia, un difficile connubio per un pubblico disattento che vuole solo emozioni forti.

Nel salone scintillante di lampadari di cristallo la festa si consumava nel suo lento procedere, fatto di chiacchiere e battute senza senso. Era la padrona di casa la vera star di Villa Dominicus, donna vezzeggiata e chiacchierata da tutti, e moglie infedele dell'Amministratore delegato di "Focus" la più grande casa editrice europea.

Si raccontava di lei che tenesse in pugno il consiglio di amministrazione dispensando favori sessuali a chicchessia, favole metropolitane forse, eppure un fondo di verità doveva pur esserci, visti i recenti cambiamenti al vertice della Società presieduta dal marito.

- Non fare lo scemo con la contessa... - mi intimò Laura, tirandomi per un braccio proprio verso di lei - sii te stesso e non atteggiarti in personaggi che poi non sarai in grado di reggere, siamo nel tempio della cultura e non alle tue festicciole con gli amici.

Annuii, ma i miei occhi erano già stregati dal fascino inquietante di una biondina dal fisico longilineo, stretta in un abitino dorato che la stringeva in un'eccitante carezza, esaltando le curve sensuali del suo corpo.

Quando me la presentò, ringraziai la mia spudorata fortuna, era lei, la deliziosa Denise Dominicus, punto d'incontro degli sguardi degli ospiti.

- Dal nome credevo fossi arabo, - esclamò, dispensandomi un gran sorriso - dopo aver letto qulcuno dei tuoi libri avevo molto enfatizzato il tuo personaggio, ma la verità si lascia scoprire solo quando ci si guarda davvero negli occhi; sarò banale... ma da dove arriva "Abel Wakaam"?

- In effetti me lo chiedono tutti... e forse è per questo che preferisco lasciare il dubbio sulle mie vere radici, non ho sangue arabo né nobile nelle vene, ma amo succhiare quello blu delle nobildonne.

La smorfia di Laura mi diede la certezza di aver colpito nel segno, in fondo le donne sono subito pronte a rimarcarti una battuta fuori posto, ma poi spesso ne apprezzano la sfacciataggine. Denise scosse il capo e poi reagì citando il trafiletto riportato qualche giorno prima da un quotidiano: - Infido come un serpente e deciso come un corsaro... quello che non hai imparato a scuola lo hai trovato per strada!

- Ai miei tempi le classi valevano doppie, e più che alla storia di Roma ero interessato a quella di Messalina... ma ho dovuto attendere che la mia barba fosse grigia per poterne descrivere le gesta, anche se credo di aver recuperato in estremis il tempo perduto.

- Non lo stare a sentire contessa, - mi interruppe Laura - sono tre anni che lo conosco e dalla sua bocca non è mai uscita una parola sensata... sa solo scrivere, per il resto è meglio non averci a che fare!

- Ti ha scopata qualche volta? - le chiese Denise senza mezzi termini.

L'altra cercò una via di uscita, le guance rosse e la bocca socchiusa in attesa che qualcuno sopraggiungesse in suo aiuto, mentre con il capo provava ad accennare un movimento di diniego.

- Solo quando era ubriaca, - ammisi, scoppiando in una sonora risata - e devo dire che a vederla così... nessuno potrebbe mai immaginare quanto sia sensuale dentro!

- Dove è accaduto? - continuò la contessa, apprezzando il gioco e l'imbarazzo che si era venuto a creare - Su un divano di pelle bianca, sul pavimento... o sul sedile posteriore di un taxi?

- Sui gradini di una scala come quella alle tue spalle... - esclamò Laura, sorprendendomi non poco - io mi chinai sulle ginocchia... Abel arrivò alle mie spalle, mi sollevò la gonna e mi fece morire.

- Una violenza da segnalare alle autorità? Siamo sempre in tempo a farlo.

- No, erano più di sei mesi che non facevo l'amore, sin da quando avevo lasciato quello stupido uomo con cui ho sprecato cinque anni della mia vita; avevo una voglia folle ed avevo organizzato una cena a casa mia sperando che andasse a finire proprio così!

- Allora mi hai teso una trappola, eri pazza di me e non volevi dirmelo? - sorrisi - Hai persino finto di essere ubriaca.

- No, - continuò Laura - quella sera ho bevuto troppo davvero, mi serviva il coraggio di lasciarmi andare, e ha funzionato.

- Sappiate che sono terribilmente curiosa, - sussurrò Denise, prendendoci entrambi per mano - ora ci mettiamo in un angolo tranquillo e mi raccontate tutta la storia.

- Per me va bene,- la provocai - ma poi dovrai essere tu a confessarci uno dei tuoi peccati.

E' incredibile come a volte il gioco unisce i partecipanti in un legame indissolubile, fino a pochi secondi prima nemmeno la conoscevo, ed ora la stavo seguendo lungo il sentiero lastricato che conduce verso il lago. Laura mi guardava di soppiatto mostrando una certa agitazione, lei è fondamentalmente timida ed ero certo che avrebbe voluto scomparire senza lasciare la minima traccia di sé.

La sera fuori era calda e luminosa, la luna mi apparve come una palla bianca che galleggia in un mare d'inchiostro, ed entrambi ci lasciammo trascinare giù verso il terrazzo che dava sul lago, calmo, silenzioso, un'immensa distesa immobile che sospirava appena sul bordo sassoso della riva.

C'erano quattro poltrone di vimini ricoperte di stoffa a fiori ed un piccolo tavolino su cui faceva bella mostra di sé un secchiello d'argento, colmo di ghiaccio. Il collo della bottiglia spuntava appena, avvolto con maestria in un tovagliolo bianco, tre bicchieri appoggiati su un vassoio luccicante: parevano fatti apposta per noi.

Fu così che cominciammo a chiacchierare dei nostri ricordi e Laura dovette farsi forza e raccontare la sua eccitante esperienza di quella sera.

- Quell'invito a cena lo aspettavo da tanto tempo, ma Abel sa come tenere in bilico sulla lama le sue prede, è come un cacciatore che ti punta il fucile mirando proprio al centro degli occhi... e poi non preme mai il grilletto. E' un gioco sottile che non lascia scampo e prima o poi finisci nella sua rete. Quella sera l'appuntamento era in un elegante ristorante nel centro di Milano, ma la trappola era scattata il giorno prima, quando mi fece recapitare in ufficio un mazzo di rose rosse e un cofanetto avvolto nel raso dello stesso colore. Dentro c'era un bocciolo dal corto gambo a cui aveva spezzato le spine. Il testo del messaggio non lasciava alcun dubbio: "Stringilo tra le tue labbra e raggiungimi dove sai". Una strana frase che si insinuò nei miei pensieri come un tarlo da cui non riuscii più a liberarmi ed un dubbio atroce rimbombava nella mia mente senza darmi pace. Non potevo credere che mi volesse al ristorante con una rosa tra i denti, quindi non mi restava che un'alternativa alquanto imbarazzante. Le mie seconde labbra erano già in fermento.

Mentre Laura raccontava, io cercavo di guardarla negli occhi, ma lei si negò al mio sguardo. Era così eccitante ascoltare la sua versione della storia, un modo per riviverla dall'inizio gustandola dall'altra parte della barricata. Ricordavo perfettamente i particolari di quell'invito, la frase sul biglietto, le spine spezzate del bocciolo. Mi ero chiesto se mai avesse capito, ed in fondo sorridevo al pensiero di trovarmela davanti con il gambo tra i denti. Mi piaceva, inutile negarlo. Ma per quanto fosse affascinante, non mi convinceva la sua ostentata freddezza, quel suo disinteresse verso i piaceri del sesso in nome di un concetto effimero come l'amore. Mi irritava la sua insistenza nel legare due cose così diverse, ed ormai avevamo smesso da tempo di discutere per evitare i continui litigi che avevano l'unico scopo di allontanarci sempre di più.

- Erano mesi che non provavo nessuno stimolo, - continuò - e mi dava fastidio che Abel si fosse permesso di farmi quella stupida proposta... eppure dovevo ammettere che aveva risvegliato i miei sensi sopiti. Quando lo raggiunsi sul luogo dell'appuntamento, aveva l'aria sorniona di chi ha già stravinto, ed appena mi avvicinai per salutarlo, mi strinse a sé con molta dolcezza. Capii ben presto che il vero scopo di quella tenerezza era solo una scusa per controllare che il bocciolo fosse al suo posto, eppure non ebbi neanche la forza di reagire quando avvertii il tocco della sua mano scendere giù sul sedere, per poi incunearsi tra i miei glutei alla ricerca del gambo.

- Per la verità non riuscii a controllare proprio nulla, - spiegai - l'unica cosa che riuscii ad appurare è il suo bel culo sodo, insieme alla certezza che quella sera non mi avrebbe mandato in bianco.

- Se ne accorse invece quando mi fece accomodare sulla sedia del ristorante, ed io dovetti effettuare una serie incredibile di movimenti per mascherare la mia difficoltà a sistemare il suo fastidioso giocattolo. Durante la cena mi fece impazzire in tutti i modi e quando credetti di poter tirare un sospiro di sollievo, mi chiese di andare in bagno e di tornare senza slip. Al mio rifiuto si alzò fingendo di andarsene, oggi penso che probabilmente l'avrebbe fatto davvero, ma in quel momento, sebbene pensassi che fosse un bluff, non volli rischiare di sciupare tutto, e lo accontentai.

- Quando tornò dal bagno aveva uno sguardo diverso... - spiegai - mi buttò sul tavolo le sue culottes di seta e abbozzò un sorriso.

- Durante il viaggio in auto verso casa mia mi diede il colpo di grazia, infilò una mano su per lo spacco della gonna ed arrivò sino alla punta del gambo, lo afferrò con le dita e cominciò a muoverlo lentamente. Ripeté più volte la stessa operazione in ascensore ed anche nel momento in cui mi chinai per aprire la serratura del portoncino dell'appartamento, ma una volta dentro cominciò ad ignorarmi. Mi resi conto di essere completamente in suo potere, il vino bianco cominciava a fare il suo effetto ed io non desideravo altro che far l'amore con lui.

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