Tramonto a S. Monica

Latitudine 45° 45' NORD Longitudine 8° 51' EST

Accadde proprio durante un tramonto che vidi per la prima volta i petali gialli dell'Encanto screziati di rosso vermiglio... e ne ebbi paura. C'era una sola pianta che assomigliava al fiore descritto nella leggenda di Aljmas, spuntava dall'acqua verde del piccolo lago a qualche metro dalla riva... e non c'era modo di raggiungerla senza correre qualche rischio. La soluzione al problema mi venne in mente ripensando ad un vecchio trucco usato da mio nonno per cogliere i fichi sulla cima dei vecchi alberi dai rami fragili e malandati. Una lunga canna di bambù, svuotata all'interno con una punta arroventata, in cui far passare un filo di ferro che spuntava dalla cima a mo' di cappio.

Bastava infilarlo attorno al gambo del frutto, poi un brusco strappo era sufficiente per recidere il picciolo ed il gioco era fatto! Se funzionava sui rami più alti degli alberi, poteva benissimo servire a strappare i baccelli dell'Encanto dopo la fioritura, purché l'operazione potesse avvenire solo a semi maturi... ma prima della loro dispersione sull'acqua del lago.

Nei giorni successivi preparai tutto l'occorrente per l'operazione e lo nascosi accuratamente nei cespugli dei dintorni. Tre settimane dopo giunse il fatidico momento. Un brivido mi corse lungo la schiena mentre mi sporgevo sopra la rete per allungare la canna di bambù verso il lago, nell'aria risuonò uno strepitio straziante e di colpo il bosco  cadde in un silenzio irreale.

Nonostante la scomoda posizione, riuscii a raggiungere i baccelli col cappio dopo una decina di tentativi, ma una volta stretto il filo di ferro attorno allo stelo, mi lasciai prendere dall'emozione. Proprio di fronte ai miei occhi, dall'altra parte del lago, un fagiano si dibatteva nelle grinfie di un gatto selvatico e le sue grida echeggiavano per tutta la collina. Chiusi gli occhi, contai sino a tre... poi tirai con tutta la mia forza, prestando attenzione a non lasciare l'appiglio del ramo a cui ero aggrappato.

Quando li riaprii, giacevo supino sull'erba... e accanto a me c'era l'intera pianta di Iris, strappata dal fondo melmoso con tutte le sue radici, ed ora inerte... con il gambo spezzato. Raccolsi il tutto, infilandolo di fretta nella borsa di tela, e con addosso una tremenda angoscia mi diressi verso casa.

Quella notte non riuscii a prendere sonno, tremendi incubi turbavano i miei sogni, trascinandomi in un mondo che non avevo mai visto. La mattina seguente mi alzai che era l'alba, avevo un pensiero fisso nella testa ed un compito da eseguire. Piantai l'Encanto in un grosso vaso senza foro e lo rabboccai d'acqua fino all'orlo. Staccai dalla pianta tutti i baccelli gonfi di semi e li misi ad essiccare sotto vetro sul muretto del pollaio.

Non ci fu nessun problema per l'attecchimento, ma ogni volta che mi avvicinavo avvertivo una strana sensazione. Mi accorsi ben presto che la stessa agitazione prendeva anche i passerotti che scendevano nel cortile in cerca di briciole... e se anche provavo a mettere della mollica di pane accanto alla pianta, non trovavano il coraggio di avvicinarsi.

Interrai il vaso nell'angolo più lontano e ombroso del giardino... constatando che con esso si spostava anche la zona di disturbo. A quel punto non avevo più dubbi, quella pianta aveva qualcosa di oscuro... portava con sé il sapore della morte.

Negli anni successivi, complice la voglia di condurre una vita avventurosa ed in seguito anche a causa della partenza per il servizio militare, mi disinteressai dell'Encanto fino a dimenticarmene completamente... almeno finché non accadde un episodio che sconvolse la mia vita. La mia esuberanza caratteriale mi aveva portato a intraprendere l'esplorazione delle cime minacciose che si specchiavano nel cielo alpino, temprando la mia forza di volontà nel rischio dell'ascesa.

Fu proprio durante una delle mie bravate su una parete verticale senza appigli che mi trovai in estrema difficoltà, in una pericolosa situazione di stallo. Avevo commesso lo stupido errore di considerare la roccia di un'isola alla stessa stregua di quella di una montagna, senza tener conto del diverso tipo di erosione a cui era sottoposta. Quando mi accorsi che ogni appiglio mi si sgretolava sotto le dita, ero ad una ventina di metri sul livello del mare e l'unica soluzione pareva essere quella di lasciarsi cadere nel vuoto, allontanandosi con un colpo di reni dalla parete quanto bastava per non cadere sulle rocce della base.

Non fu facile prendere quella decisione... ed uno sguardo alla barca d'appoggio ormai lontana complicava ancora di più la scarsa possibilità di salvezza. Cosa avrei fatto dopo il salto in acqua, vista l'impossibilità di prendere terra se non nuotando per qualche miglio sotto al Kamenjak? E in quali condizioni sarei riemerso tra le rocce infide del fondo? E' proprio quando si percepisce dietro le proprie spalle l'alito caldo della morte che si ripercorre la strada che sin lì ci ha accompagnati. Nell'ultima battaglia suprema si cerca il guizzo vincente con cui barattare la vita con un pegno che soddisfi il fato... ma a trent'anni non avevo già più nulla da perdere, e nulla da dare.

Fu allora che la mente confusa dall'acido dei muscoli, tesi all'inverosimile, si lasciò condurre oltre il confine ancestrale che divide questo mondo da quello degli spiriti... e a loro affidai la mia anima. Ad occhi chiusi, sospeso sul baratro, solo chi ha veramente provato il sapore di quell'istante può comprendere quanto sia potente la mente umana... mi lasciai andare all'indietro con uno scatto nervoso e nel buio mi apparve l'Encanto in un luogo mai visto.

Tre salti nel vuoto... e con l'ultimo i miei piedi si trovarono a battere inspiegabilmente contro la roccia, tutto avvenne senza che io avessi il tempo di riflettere... poi l'impatto terrificante con l'acqua mi riportò alla realtà. Non ho mai dimenticato il rumore del vento durante la caduta e nemmeno il tonfo che mi riportò nel silenzio attonito di quel mare infido.

Seguì il nulla, fatto di dolore e attesa, la mano protesa verso il cielo e, miracolosamente, un'altra mano strinse la mia. Riportai nella caduta solo qualche escoriazione alla pianta dei piedi, ma dovetti rivivere quegli istanti tutte le notti sino a comprendere il vero significato di quella visione.

continua

Abel Wakaam