Il piccolo lago

Latitudine 45° 45' NORD Longitudine 8° 51' EST

Scheda botanica

I semi in mio possesso erano il punto di partenza per risalire sino all'inizio della leggenda di Aljmas. Li mostrai a mio nonno ma non seppe dirmi a quale pianta appartenessero. Decidemmo insieme di piantarne un paio in un vaso di cotto a cui chiudemmo il foro inferiore con della cera. La terra di bosco restò in quel modo completamente intrisa d'acqua, ricreando l'abitat palustre descritto dal pastore. Un altro seme lo inviammo dentro ad una busta imbottita di cotone alla Royal Horticultural Society di Londra, la lettera d'accompagnamento era scritta in lingua italiana e la risposta arrivò la primavera successiva, corredata da una scheda botanica della pianta. Ora l'Encanto aveva anche un nome: Iris Pseudacorus.

Nel mese di maggio di quell'anno, una delle piantine germogliate dai due semi piantati nel vaso arrivò a produrre tre fiori. Il loro colore era completamente giallo, perfettamente in linea con le caratteristiche della specie indicate dalla Royal Horticultural Society. Per quanto le controllai attentamente con una lente, non rilevai una sola delle screziature vermiglie descritte dal pastore. La cocente delusione, unita al sospetto di essere stato beffato da una favola per bambini mi portò alla decisione di abbandonare quello che io consideravo una vera e propria ricerca dell'occulto, e per qualche tempo mi disinteressai del fiore.

L'anno successivo, sebbene non mi fossi mai preso cura della coltura impiantata nel vaso, ebbi la gradita sorpresa di ritrovarmi un folto mazzo di Iris in piena fioritura, e di seguito una gran quantità di baccelli stracolmi di semi. Quel fatto ridestò un rinnovato interesse verso la leggenda dell'Encanto e decisi di riprendere la ricerca del pastore e di suo figlio nei prati attorno al Seprium.

Qualche settimana più tardi, incontrai un altro gregge di pecore nei boschi davanti all'antica chiesa di Santa Maria, fuori dalle mura del Castrum. Sfidando le ire dei due terribili cani che impedivano a chiunque di avvicinarsi, riuscii a scambiare qualche parola col pastore, facendomi spiegare quale fosse l'itinerario seguito durante la transumanza.

Lui mi guardò con aria di sufficienza, prese un ramo secco da terra e disegnò nella polvere il tragitto.

Mi parlò di una tappa fissa, un piccolo lago con le pareti scivolose, in mezzo ad una immensa foresta di castagni sulla collina di Santa Monica. Per quanto cercai quel nome sugli atlanti dell'epoca, non riuscii a trovare il benché minimo riferimento, ma ormai la sfida mi attirava inesorabilmente e per nulla al mondo mi sarei arreso.

Alla fine della scuola, intrigai nell'impresa i miei amici più fidati, ed insieme allargammo la nostra ricerca su un territorio sempre più ampio. Quando l'entusiasmo stava ormai per svanire, uno di loro arrivò con la notizia di un bosco dove gli abitanti della zona andavano a raccogliere le castagne. Il giorno successivo partimmo di buon mattino verso il punto indicato e dopo un'impossibile salita che ci tolse il fiato, arrivammo in cima alla collina. Un cartello ci accolse all'improvviso con le sue lettere consumate, incise in una roccia squadrata; si distingueva chiaramente il nome "Santa Monica".

Percorremmo ancora qualche centinaio di metri giungendo ad un vecchio pozzo posto di fronte ad una chiesa abbandonata, da lì partivano numerosi sentieri che si inoltravano nella vegetazione. Il bosco era un groviglio immane di piante di ogni tipo, intervallate da spiazzi e prati aperti d'una bellezza entusiasmante. Il terreno si presentava molto scosceso ai lati della collina permettendoci di capire quando ci allontanavamo troppo dal centro.

Trovammo ben presto ciò che restava dei ricci spinosi delle castagne e, più avanti, nel cuore della foresta, la terra divenne pastosa, ricca di creta e intrisa completamente d'acqua. Sebbene non piovesse da oltre due settimane, era impossibile muoversi in quella poltiglia scivolosa e dovemmo rinunciare alla nostra esplorazione.

Due giorni dopo ritornammo a Santa Monica muniti di stivali di gomma, bussola, carta e penna su cui disegnare una mappa approssimativa della zona, nel giro di una settimana esplorammo completamente l'area e, ironia della sorte, trovammo il piccolo lago non molto distante dal pozzo in cui ci riunivamo per fare il punto della situazione.

Era una fossa tonda dai bordi scoscesi e molto scivolosi. L'unico accesso sicuro veniva dal prato che degradava lentamente verso l'acqua, ma la consistenza del terreno era piuttosto fluida, tanto che nella nostra fantasia di ragazzi lo paragonammo alle sabbie mobili.A qualche metro dal bordo più impervio, faceva bella mostra di sé un grande ciuffo di Iris, simili a quelli che avevo coltivato nel vaso.

A questo punto le spiegazioni apparivano molteplici e contrastanti: il pastore poteva aver preso i semi direttamente dai baccelli di una delle piante presenti nel lago... oppure, al contrario, era stato proprio lui a propagare la specie durante le sue innumerevoli soste sui pascoli della zona. La domanda più curiosa era riassunta in un semplice concetto: perché l'aveva fatto?

Per l'intero gruppo, l'aver trovato il lago equivaleva alla fine dell'avventura... per me  era invece lo stimolo a cercare la soluzione di quello che pareva un vero enigma.

Dopo un inverno terribile, in cui il gelo pareva essersi impadronito del mondo, ritornai al piccolo lago per verificare se qualcuno di quei fiori avesse le screziature rosse dell'Encanto. Ricordo la mia corsa a perdifiato lungo il sentiero muschioso che s'intrufolava nel fitto del bosco. Una strana sensazione mi colse all'improvviso ancor prima di arrivare sulle rive scoscese dello specchio d'acqua, era un senso profondo di oppressione che raggiunse il suo culmine quando un cartello che segnalava il pericolo di morte mi sbarrò la strada. Alcuni metri più avanti mi apparve il riflesso verdastro del lago, completamente circondato da uno sbarramento di rete metallica.

Le piogge delle ultime giornate uggiose ed il pallido sole che ne era seguito aveva ritardato la fioritura degli Iris, stranamente sparpagliati in quella che pareva essere una prigione all'aria aperta. Le rive erano scomposte, l'acqua torbida... ed un presagio di sventura aleggiava come nebbia sulla vegetazione dei dintorni. Percepii un senso di terrore e fuggii da quel luogo stregato senza mai voltarmi indietro.

Seppi poi da una vecchia del paese che nelle acque del piccolo lago aveva trovato la morte un ragazzo della zona... affogato, dopo essere scivolato sulle rive umide, mentre tentava di raccogliere alcune piante acquatiche. Nessuno dei suoi compagni era riuscito a prestargli soccorso per l'impossibilità di avvicinarsi senza fare la stessa fine, ed una serie incredibile di circostanze avverse non aveva lasciato scampo al malcapitato.

Dopo alcune ricerche presso l'oratorio, riuscii a scovare uno dei ragazzi presenti, e a far amicizia con lui. Ci vollero alcune settimane prima che trovasse il coraggio di raccontarmi l'accaduto, ma le sue parole rimbombarono come macigni nei miei pensieri. Un dettaglio, per molti insignificante, mi rivelò il vero motivo che spinse il suo sfortunato compagno a lanciarsi in quella disgraziata avventura. Quella semplice frase scoppiò nella mia mente come un fulmine a ciel sereno, riportandomi nel momento esatto in cui la visione disordinata degli Iris mi aveva in qualche modo sconvolto.

- ...durante l'inverno andammo sul lago a schettinare, - raccontò - attraverso il ghiaccio vedemmo qualcosa che si muoveva lentamente verso la riva e cominciammo a scherzare sul fatto che fosse uno spirito maligno imprigionato dalla morsa del gelo. Decidemmo di liberarlo percuotendo la superficie ghiacciata con delle grosse pietre, ma riuscimmo solo ad incrinarla. Qualcuno propose di accendere un fuoco sperando che il calore la sciogliesse, ci provammo in molti modi... inutilmente. Tornammo il giorno dopo con due bottiglie di benzina, legna secca ed una vecchia pentola in cui dar fuoco al tutto... e stavolta riuscimmo nell'intento. Quando il ghiaccio divenne abbastanza sottile, gettammo nel mezzo un'enorme pietra ed avvenne qualcosa di incredibile. Sembrava che il fuoco si propagasse sotto al ghiaccio, tutta la superficie del lago divenne rossa come il sangue e dopo qualche minuto affiorarono delle ossa. Fuggimmo tutti in preda al panico ripromettendoci di mantenere il segreto tra noi. Decidemmo anche di non tornare mai più al piccolo lago... ma alla prima giornata di sole la curiosità ci spinse di nuovo lì, e capimmo cosa fosse accaduto davvero. Nell'acqua accanto alla riva c'era lo scheletro di una pecora... volevamo prendere il cranio come trofeo e... purtroppo accadde la disgrazia.-.

Qualche giorno dopo ritornai timidamente sui miei passi fino al piccolo lago, le giornate più calde avevano reso possibile la fioritura degli Iris... uno stelo si ergeva più alto di tutti, ed al suo culmine si poteva vedere un grosso rigonfiamento viola.

continua

Abel Wakaam