Un romanzo di Abel Wakaam
1° Capitolo
Zimbabwe - Africa meridionale -

L'orizzonte riempì lo sguardo di Sara sino a confonderle i pensieri. Mai i suoi occhi si erano persi in spazi così ampi, e nemmeno la mente aveva saputo immaginare l'esistenza di luoghi dove si possa percepire l'infinito.
Africa, immane terra senza confini, dove il respiro si perde nell'aria inquieta e la natura appare come dominatrice incontrastata di un mondo in cui l'istinto domina la ragione.
La jeep saltellava sulla pista di terra battuta lasciandosi alle spalle una nuvola di polvere bianca, umile sfida all'azzurro sontuoso del cielo, solcato da un alito di vento caldo.
Alla guida c'era Milla, un militare del parco, vestito della sua sgargiante mimetica, gli occhi nascosti dalle scintillanti lenti a specchio, la pelle arsa dal sole allo zenit.
Quaranta miglia di strade sconnesse, ne sarebbero bastate un paio per ridurre le due donne alla resa, ma non c'era altro modo per raggiungere le rovine dello Zimbabwe, antiche quanto l'uomo, misteriose come l'Universo.
Sara si reggeva a stento, per tutto il viaggio aveva pregato che quella tortura finisse, ed ora che la meta pareva alla sua portata, non riusciva nemmeno ad apprezzarne la vista.
Con lei c'era Noela Agadir, un'interprete del governo, incaricata di accompagnarla sino al villaggio, dopo averla prelevata all'aeroporto.
Il motore si ammutolì di colpo, intorno all'auto si fece ressa all'improvviso, decine di bambini dai grandi occhi dolci, denti bianchi sulle bocche colorate dal sorriso.
Si guardò intorno, il villaggio era un insieme di capanne sgangherate, niente alberghi, niente piazze, la civiltà non era che un ricordo lontano. Milla prese una delle valige, la più grossa, il resto del bagaglio fu diviso tra quell'orda di piccole mani che, senza nessun ordine impartito, capirono immediatamente qual fosse la cosa migliore da fare.
Tutti in fila, in un vociare confuso, e poi su, lungo il sentiero, dove gli alberi di mango si facevano più fitti. Non voleva crederci, era in Africa! Lontana un migliaio di chilometri da un negozio del centro, proprio lei, che mai avrebbe pensato di lasciare le grandi metropoli americane.
Cercò di togliersi di dosso la polvere sbattendo il cappello sui vestiti, gesto inutile quanto divertente per lo stuolo di ragazzini che la seguivano.
Quando alzò lo sguardo restò incantata dalla visione che le si parò davanti, ciò che le apparve in cima alla collina era incredibile quanto insperato: una casa in stile coloniale, ricoperta interamente di legno opaco, dipinto in colori pastello. Il tetto era a due falde, rosso come il fuoco, si apriva sui lati abbracciando il balcone del piano superiore, così stretto e lungo, da ricoprire l'intera facciata. Sotto, rialzata da terra di qualche gradino, un'ampia terrazza si sporgeva verso gli alberi, contornata da un candido steccato, confine tangibile tra due mondi così diversi.
Milla pose la valigia davanti al cancelletto chiuso, lo stesso gesto fu ripetuto immediatamente dai bambini del villaggio, e solo Noela osò oltrepassare quella soglia, facendo chiari cenni a Sara perché la seguisse.
Pochi passi e il silenzio tornò a riempire la scena, solo lo scricchiolio delle assi del pavimento osò accompagnarla verso la porta d'ingresso dove l'attendeva una robusta domestica di colore, addobbata in un ridicolo costume d'altri tempi.
- Sono la Dottoressa Connor, - sussurrò Sara, scandendo lentamente le parole - sono qui in visita al Professor Klyne... sono venuta da un paese che si chiama Stati Uniti d'America.
- Io sono Emma, - rispose sorridendo la donna - conosco il suo paese, sono nata a New Orleans, Louisiana, sulle sponda meridionale del Mississippi.
- Io invece vengo dal Maine... Portland, è buffo percorrere tanta strada ed incontrare un'Americana così lontana da casa!
- La mia casa è questa, i miei avi sono partiti da qui... per me l'America non è mai stata una patria.
- Scusami, - continuò Sara, stringendole la mano - era solo un modo per rompere il ghiaccio.
- Non stia a preoccuparsene, nemmeno gli abitanti del villaggio mi considerano una di loro; venga... le faccio vedere quale sarà la sua camera.
La seguì senza aggiungere altro, su per le strette scale lucide e pulite, chiedendosi quale destino avesse portato quella donna a tornare nella terra dei suoi sogni, per poi continuare il suo lavoro di sempre.
Il sole precipitò in un baleno verso la linea ininterrotta dell'orizzonte, lo vide affogare dietro i rami degli alberi più alti, tenebrose braccia tese alla notte, pronta a fare il suo ingresso trionfale, tanto buia e tenebrosa, quanto luccicante di stelle.
Due fari dondolanti comparvero nell'oscurità, il vento portò l'odore della benzina incombusta ancor prima che si potesse udire il brontolio sordo del motore della jeep, Emma uscì sulla terrazza con una lanterna tra le mani. - Stanno arrivando! - gridò verso la cucina, e la casa si ravvivò di nuovo fervore, ognuno ai suoi compiti per approntare la cena.
Quella sera Sara non scese, il sonno la rapì nel suo impercettibile oblio, trascinandola fin dove i pensieri si fondono nel sogno, per restituirla ai primi chiarori dell'aurora, nel frusciare allegro della vita che si risveglia dal torpore della fredda notte africana.
Guardò dalla finestra scostando appena le tende a fiori, sulla terrazza c'era una tavola apparecchiata per la prima colazione, una tovaglia rossa su cui faceva bella mostra un vaso ricolmo di grandi fiori dai colori sgargianti.
Scese con calma le scale, uscì all'aperto e percepì sulla pelle il primo sole del mattino, raggiunse la tavola e si accomodò sulla poltroncina di vimini, poi si sedette sul soffice cuscino imbottito, mentre una delle domestiche la raggiunse portando un grosso piatto colmo di frutta.
Sara ringraziò e la donna se n'andò via veloce com'era arrivata, senza nemmeno darle il tempo di chiedere cosa fosse quel ben di Dio dal profumo esotico e invitante.
Il frutto era già preparato a dovere, la buccia rovesciata e la polpa gialla incisa a reticolo, affinché si potesse prendere elegantemente con le mani e gustarne quel sapore dolce ed acidulo, cercando di trovarne la similitudine con qualcosa di più nostrano.
Era un insieme di sensazioni diverse; pesca, fragola o melone, tanto da chiedersi se non ci fosse una macedonia, nascosta in quella buccia liscia e setosa, una specie d'ingegnoso inganno preparato da un fantasioso cuoco del posto.
Prima che potesse capire cosa fosse, il suo sguardo incontrò sulle fronde dell'albero che gli stava davanti proprio la risposta che cercava.
- E' un mango, - disse qualcuno alle sue spalle - ma chiunque non l'abbia mangiato in terra africana ne sarà certamente rimasto deluso. Una volta colto, deve essere consumato a breve termine, altrimenti il suo gustoso sapore si dissolve e ciò che ne resta non vale nemmeno la pena d'essere assaggiato.
- Grazie della lezione, - rispose Sara, voltandosi verso quel giovanotto muscoloso - sono la Dottoressa...
- So benissimo chi è lei, la stavamo aspettando con ansia, il Professor Klyne ci ha parlato molto del suo lavoro.
.. e tu sei uno dei suoi assistenti?
- Mi chiamo Sean, sono una delle guardie del campo... da oggi sarò la sua ombra, il mio compito è quello di occuparmi di lei.
- Occuparti di me?
- Sì! Sarò la sua guida... il suo autista, e tutto quanto possa servire a farla sentire a proprio agio... sono a sua completa disposizione, pronto ad ogni suo desiderio... ventiquattr'ore su ventiquattro!
- Credevo fosse Noela a lavorare con me, l'unica cosa di cui dovrei aver bisogno è un interprete!
- Io parlo correttamente la lingua locale.. e poi credo d'essere più utile... e interessante.
- In che senso?
- Sarà più sicura con me a fianco, siamo in Africa non lo dimentichi; al minimo timore può ripararsi tra le mie braccia.
- C'è solo una cosa che vorrei aggiungere, - disse Sara - e gradirei non doverci tornare sopra: io sono una donna sposata, sono venuta qui solo per lavorare... per cui, se mai ci avessi pensato, cancella ogni strana idea che ti è passata per la testa!
- Stia tranquilla, - rispose ridendo il ragazzo - non sono io il pericolo da cui deve guardarsi.
- Scusami... non ce l'ho con te, ma preferisco evitare sin dall'inizio ogni possibile equivoco.
Sean annuì, poi la salutò con un cenno della mano e si congedò in tutta fretta, allontanandosi in direzione del villaggio.
Sara lo seguì con lo sguardo stizzita da quel suo fare arrogante, tipico atteggiamento di chi sa d'essere piacente, e lui certamente lo era. Non accettava di essere corteggiata al primo impatto, non era abituata all'idea, e nemmeno voleva sentirsi ossessionata dall'essere l'unica donna del campo, o almeno l'unica che poteva suscitare un certo interesse tra gli uomini presenti.
Terminata la colazione, raggiunse Emma in cucina incuriosita dal fatto di non aver ancora incontrato il Professor Klyne.
Apprese dalla donna che il gruppo di ricerca era partito di primo mattino, non l'avevano disturbata perché sapevano del suo faticoso viaggio d'arrivo e l'avevano lasciata riposare, incaricando Sean di condurla sul luogo degli scavi.
Appena riuscì ad organizzarsi, cercò la sua giovane e aitante guida e la ritrovò sdraiata sui sedili della jeep, lo sguardo beffardo nascosto dietro la solita espressione scanzonata.
- Possiamo andare, - gli disse, gettando svogliatamente lo zaino nel polveroso bagagliaio - gradirei una guida dolce e rilassante, gli scossoni mi rendono nervosa.
- Allora sarà meglio che faccia venire un elicottero, altrimenti finirà per suicidarsi entro una settimana... qui le strade sono un lusso che non ci si può permettere.
- Credo sia una buon'idea, chiamerò oggi stesso per richiedere questa soluzione, non ho nessuna intenzione di passare il mio tempo a rompermi la schiena su questo trabiccolo!
Sean sorrise, pensava che quella sortita fosse una reazione al loro battibecco del mattino, non sapeva quanto la sua passeggera contasse negli ambienti scientifici mondiali.
Per tutto il viaggio la scrutò di nascosto attraverso le lenti scure, affascinato dalla sua femminilità, inebriato dal profumo di quella pelle fresca, sensuale richiamo che gli scossoni agitavano sotto il cotone leggero della maglietta bianca, appena in vista tra i bottoni slacciati della sahariana verde mela.
Un imponente cordone di sicurezza fece intuire a Sara che stavano per raggiungere l'area degli scavi e la presenza di numerosi militari sul posto le diede la certezza di essere in procinto di assistere a qualcosa d'eccezionale.
Al centro del campo si ergeva un'imponente costruzione di tubi metallici, un enorme pallone sospeso da un telaio lucente che costituiva il punto di riferimento di tutta l'area interessata agli scavi.
Parcheggiata in qualche modo la jeep tra una serie di baracche ordinate in una lunga fila rivolta a sud, Sean condusse la donna verso il tunnel di tela che conduceva all'ingresso; intorno non c'era altro che deserto, e mancava il benché minimo segno di una qualsiasi attività, tanto da chiedersi dove si fossero nascosti gli archeologi che vi lavoravano da oltre dieci anni.
L'unico rumore era un borbottio lontano, giungeva attutito trasportato dal vento secco e rovente, mentre l'aria sotto al tunnel si fece subito irrespirabile.
- Sembra di essere in una sauna... - sospirò Sara.
Il ragazzo le sorrise divertito, facendole credere che il peggio doveva ancora venire, lei mostrò indifferenza, ma era già al limite della sopportazione.
Superata una prima porta di plastica, la situazione migliorò decisamente e l'ingresso nella grande cupola di tela riportò entrambi in un clima nettamente più favorevole.
Un termometro legato alla struttura segnava un temperatura prossima ai trenta gradi, un flusso d'aria forzata si innalzava da un tubo che compariva da sotto la sabbia; l'umidità era molto contenuta, tanto da far sopportare con facilità le condizioni climatiche che si erano create sotto alla tenda.
Al centro di quel inusuale laboratorio c'era una grande fossa scavata ad una decina di metri sotto al livello del suolo, per accedervi si doveva usufruire di una serie di scale che scendevano sulle pareti sabbiose e tutto appariva come un'insolita corte medioevale, con gli spalti a far da corona a quel palcoscenico brullo, dove gli scienziati si muovevano goffi nelle loro tute di stoffa candida.

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